giovedì 18 aprile 2013

Quattrocentomila case vuote: «Fermate il mattone e le cave»

Quattrocentomila case vuote: «Fermate il mattone e le cave»
Alessio Antonini
Corriere del Veneto - Verona 12/4/2013
Manca il numero legale in Consiglio, rinviato l'ok a nuove estrazioni Nasce un fronte politico bipartisan: «Costruiamo con materiale riciclato»

VENEZIA — Una precisazione è d'obbligo: si tratta di un censimento. È quindi possibile che più di qualcuno l'anno scorso avesse il campanello rotto e non abbia quindi risposto al citofono. Fatto sta che secondo l'Istat, in Veneto, tra appartamenti invenduti e locali sfitti, ci sono quasi quattrocentomila case vuote. Una massa enorme di cemento inutilizzato se si pensa che in tutto il territorio regionale ci sono un milione e duecentomila edifici per un totale di poco meno di due milioni e mezzo di abitazioni. E gli spazi sono destinati ad aumentare visto che le case sfitte o non più abitate sono cresciute del 21% negli ultimi dieci anni.
«Di fronte ai numeri presentati dall'Istat è evidente che la materia prima per realizzare le nuove opere c'è già tutta — interviene il consigliere regionale del Partito democratico Roberto Fasoli controrelatore di un progetto di legge sulle cave destinato a far discutere il Consiglio — si tratta solo di riciclare il prodotto delle demolizioni dei vecchi stabili. Capisco le proteste dei cavatori e degli edili ma quello che stiamo facendo adesso non ha più senso perché è antieconomico».
Attualmente, secondo il rapporto di Legambiente sul paesaggio, il Veneto ricicla solo il 10% del materiale edile risultante dalle demolizioni, mentre manda il restante 90% nelle cave dismesse per tappare il buco creato dalle operazioni di scavo della ghiaia. Questa situazione assurda è dovuta anche e soprattutto perché il Veneto vanta la più vecchia legge regionale sulle estrazioni di ghiaia del paese. La legge regionale numero 44 risale infatti al 1982, quando le esigenze di costruzione diverse e quando la tecnologia non permetteva di contenere i costi del riciclo dei materiali.
«Finora quasi tutte le operazioni di scavo sono state fatte con deroghe votate ad hoc», continua Fasoli che ieri avrebbe dovuto discutere in Consiglio una nuova normativa transitoria (la 272, presentata dall'assessore all'Ambiente Maurizio Conte) in attesa delle future audizioni per la riforma della legge 44. Il Consiglio però ieri ha preferito tirare per le lunghe tutti i punti dell'ordine del giorno (fino a far cadere il numero legale) per non arrivare a dama con la nuova normativa transitoria che avrebbe creato qualche imbarazzo tra i gruppi.
I cavatori infatti sono una lobby compatta capace di spostare un ampio numero di voti tra il Trevigiano, il Vicentino e il Veronese. L'eventuale discussione delle nuove deroghe (su richiesta degli estrattori veronesi che hanno già superato i limiti di scavo per quest'anno) avrebbe spaccato trasversalmente i consiglieri che intercettano i voti dei cavatori, ma che sono anche consapevoli di non poter sostenere nessuna nuova operazione di scavo devastante per l'ambiente (e per il resto dell'elettorato). Sempre secondo il rapporto di Legambiente infatti in Veneto ci sono attualmente 2180 cave di cui 1600 dismesse e quasi 300 dormienti.
Di fatto, questa volta secondo gli ingegneri della Regione, le estrazioni sono attive solo in 250 siti. In questa groviera veneta, poi, ci sono dei veri e propri primati: a Sant'Anna d'Alfaedo, piccolo Comune della Lessinia c'è una cava ogni 34 abitanti, un record che, a sentire Legambiente, non ha euguali nel mondo e sicuramente in Italia. «A fronte di un volume d'affari di 90 milioni euro, la Regione incassa di concessioni appena 4 milioni e mezzo — conclude il consigliere del Pd — La legge va ripensata completamente rendendo conveniente il riciclo dei materiali e aumentando il costo delle concessioni di estrazione che è fermo a 0,62 euro al metro cubo».
D'altra parte un progetto di legge a livello europeo esiste già. In Olanda e in Danimarca le norme sul riciclo dei materiali permettono di recuperare il 95% dei laterizi demoliti e di portare in discarica solo il 5%. Così avviene anche in Germania e Gran Bretagna anche se le cifre sono diverse (rispettivamente 65% e 86% di materiale riciclato). Neanche a dirlo, il progetto europeo è stato approvato da Legambiente che indica come opere da studiare il Passante di Mestre e la Tangenziale di Limena. In entrambi i casi, l'uso del materiale di riciclo (71% per il Passante e 100% per Limena) ha permesso di contenere i costi e salvaguardare l'ambiente. E grazie alla nuova tangenziale di Limena ci si è liberati del vecchio mangimificio di Cittadella, quattromila metri cubi di macerie che altrimenti avrebbero riempito una nuova discarica.

martedì 16 aprile 2013

Asolo, non si placa la «guerra fredda» del cemento

Asolo, non si placa la «guerra fredda» del cemento
Alessandro Zuin
Corriere del Veneto 12/4/2013
ASOLO (Treviso) - Non si placa la «guerra fredda» sul Pat di Asolo, fonte di contestatissime nuove edificazioni in un dei borghi più belli d'Italia. La giunta leghista, che mercoledì sera ha dovuto battere in ritirata davanti alle proteste, si sta riorganizzando e non cede. Le opposizioni: «Andranno a schiantarsi».

La «guerra fredda» di Asolo divisa da un muro di cemento
La Giunta batte in ritirata ma non cede. «Si schianteranno»

ASOLO (Treviso) — Hanno battuto in ritirata. Strategica, ma pur sempre ritirata. Però la storia è piena di ripiegamenti, come quello operato mercoledì sera dalla scombussolata maggioranza leghista che governa sulla città dai cento orizzonti, che sono serviti a sfuggire all'accerchiamento e a riorganizzare le truppe sbandate. Perché la tormentata storia del Piano di assetto del territorio, meglio noto come Pat di Asolo - quello che, nelle cronache degli ultimi giorni, è diventato sinonimo di «colata di cemento» ai piedi delle colline che ospitano uno dei borghi più belli d'Italia - non è finita con la marcia a ritroso ordinata in consiglio comunale dalla sindaca Loredana Baldisser, di fronte al municipio assediato da preponderanti forze nemiche.
Loro ci riproveranno, ad adottare quel dannato Pat. «È una questione d'onore», conferma il vicesindaco Federico Dussin, l'uomo che ha in mano la delega, pesantissima ora più che mai, alla gestione e pianificazione del territorio. Dussin è uno che ne ha viste troppe per non sapere che, in politica, qualche volta bisogna anche saper perdere. E ricominciare. È in Comune dal 1985, quando su queste colline regnava incontrastato un signore che chiamavano il Doge, il potentissimo Carlo Bernini, e ieri mattina è corso a Venezia, in Regione, naturalmente a discutere e chiedere qualche buon consiglio su come salvare il Piano di assetto territoriale dall'attacco concentrico dei contrari: comitati organizzati dopo l'appello lanciato da «Salviamo Asolo», grillini in trasferta, cittadini semplici e illustri ospiti delle antiche magioni asolane, intellettuali indignati dal minacciato scempio edilizio, persino ministri (dell'Ambiente) in carica. Ma non ha perso la vogli di scherzare, Dussin: «Uscito dalla Regione sono entrato nella prima chiesa di Venezia e ho chiesto aiuto alla Madonna, che mi ha suggerito di resistere. Faremo gli incontri pubblici promessi per spiegare bene il Pat alla gente e replicare alle cifre fantasmagoriche che sono circolate sui giornali, non torneremo indietro. E vi assicuro - sottolinea il vicesindaco - che di asolani veri, tra quelli che protestavano mercoledì sera davanti e dentro il municipio, ce n'erano al massimo un 20%».
Le cifre, tanto per intendersi: la relazione tecnica del Pat indica, come quantità generali, la possibilità di realizzare 285 mila metricubi di nuovi edifici residenziali, parte dei quali in «edificazione diffusa» (tradotto dall'urbanistese: ci si può costruire la casa in zona agricola); è previsto inoltre un nuovo insediamento industriale nella zona pianeggiante del comune, un'area che si estende per 30 ettari (20 dei quali edificabili) per una cubatura potenziale di 720 mila mc. di capannoni. Non proprio quattro pietre. «Ma abbiamo sentito parlare di colate di cemento e di numeri fantascientifici - replica la sindaca Loredana Baldisser, tramite comunicato scritto - che oggettivamente non sono reperibili in questo Pat. Lo spiegheremo ai cittadini, con una presentazione pubblica che spero possa fugare i dubbi e le informazioni erronee e fuorvianti che sono state diffuse in questi giorni».
Detto per inciso, tra un anno ad Asolo si voterà per rinnovare l'amministrazione comunale: se il Pat nel frattempo verrà adottato, chiunque vinca si troverà a gestire la grana senza possibilità di manovra. Per questo, l'attuale opposizione consiliare tiene alta la tensione: «Che l'amministrazione voglia approvare il Pat è naturale, ci mancherebbe. Il problema è se vorranno insistere su questo Pat o, dopo gli appelli e le proteste dei cittadini, accetteranno di modificarlo. Se non sarà così - avverte Daniele Ferrazza, ex sindaco di centrosinistra e ora capogruppo di Insieme per Asolo - andranno a schiantarsi e si faranno del male. E purtroppo faranno del male anche al territorio asolano».
Il vero terreno di scontro è la nuova area industriale e il suo dimensionamento. In Comune circola insistentemente questa versione: Fashion Box, il gruppo asolano della moda che produce abbigliamento con il marchio Replay, ha bisogno di ampliarsi e, se non troverà spazi adeguati qui, potrebbe persino andarsene. Ma Attilio Biancardi, vicepresidente del gruppo, chiarisce così la questione: «L'ampliamento? Oggi siamo a livello di pura ipotesi. Certo, se ci sarà la necessità ne saremmo ben felici ma l'attuale momento del mercato ci impone di riflettere a fondo». Dunque, è proprio necessario un nuovo insediamento produttivo delle dimensioni previste dal Pat? Se lo chiedono, a dire il vero, anche doversi cittadini asolani «neutrali», che non si schierano con le tesi dell'amministrazione comunale né, dicono loro, con le esagerazioni contrarie che sono circolate in questi giorni soprattutto sulla Rete: «Nella sostanza, è una questione di buon senso - è la sintesi della maggioranza silenziosa, nella Asolo storica arrampicata sulla collina così come giù a Casella, la principale frazione di pianura -: la maggioranza della popolazione pensa che non siano necessarie altre costruzioni industriali. Molto meglio riutilizzare i capannoni vuoti che ci sono già».
Dopo la ritirata dell'amministrazione comunale, la battaglia continua. Persino con toni epici, che non si sentivano dall'epoca della Berlino divisa tra Est e Ovest: «Siamo tutti asolani», scandisce Fernando Zilio, presidente dei commercianti di Padova, prendendo a prestito il celebre «siamo tutti berlinesi» di Kennedy per schierarsi contro gli effetti della cementificazione. «Lì c'era la guerra fredda per la difesa della democrazia, qui c'è una guerra per la difesa del territorio».
Quel Muro poi cadde. Il Pat vacilla vistosamente.

domenica 14 aprile 2013

Giù le mani da Asolo, Salviamo la Bellezza che ci può salvare

Giù le mani da Asolo, Salviamo la Bellezza che ci può salvare 
Marco Michielli, Presidente Confturismo Veneto 
Corriere del Veneto 13/4/2013 

Quali dolorosi versi dedicherebbe Robert Browning al cemento che minaccia Asolo? Quali fotografie potrebbe scattare Freya Stark se sullo sfondo di quel paesaggio dovessero stagliarsi, tra la collina e il piano, una zona industriale e 700 villette nuove? Su quale futuro scenario sta per infrangersi l'ideale di bellezza di Eleonora Duse e Caterina Cornaro? Ne sono certo, si stanno già rivoltando nella tomba. Il Pat progettato per quello che fu il loro luogo elettivo grida vendetta. Ancora una volta i sindaci rischiano di essere i peggiori nemici del loro territorio. Asolo, gioiello architettonico incastonato in un'altrettanto importante realtà paesaggistica, non deve piegarsi agli interessi di immobiliaristi che sembrano ignorare la realtà: 400mila appartamenti invenduti nel Veneto e una distesa di capannoni deserti. Con la crisi che ammazza le imprese e blocca il mercato edilizio, e la necessità di ristrutturare anziché costruire, stiamo per assistere all'ennesima speculazione che gli enti pubblici dovrebbero ostacolare anziché favorire. E non vorrei che sotto sotto, oltre a tutto questo che è già abbastanza, ci fosse il tentativo di costruire un centro commerciale, l'ennesimo in una regione già martoriata e con i consumi allo stremo. 

Qualche anno fa, facendo riferimento alle seconde case di nuova costruzione a Cortina, le avevo definite un «tumore per il turismo»: oggi non ho cambiato idea, e quella definizione la estendo anche alle zone industriali e commerciali che, insistentemente e a dispetto di una realtà e di esigenze che viaggiano in senso opposto, continuano a minacciare l'invasione del paesaggio, la nostra Bellezza Interna Lorda, come l'ha definita il direttore del Corriere del Veneto qualche tempo fa. Un brutto vedere è un colpo al cuore e, se è vero com'è vero, che il turismo è fatto soprattutto di emozioni, noi questo non dobbiamo accettarlo. Confturismo Veneto è impegnata su più fronti per affermare la necessità di un rinnovamento, in direzione sostenibile e a difesa della Bellezza come condizione indispensabile per il turismo. Il rilancio del Veneto deve ripartire proprio dalla Bil, felice acronimo che indica la vitalità di un patrimonio capace di formidabili risultati anche sul piano economico, dal quale inizialmente prescinde. 
Ecco perché ho sottoscritto l'appello lanciato su facebook dall'ex sindaco ed ex assessore alla Cultura del Comune di Asolo. La minaccia racchiusa nel Pat asolano sta facendo il giro del mondo e avrà anche per questo infelici ripercussioni sul piano turistico, con danni d'immagine per tutto il Paese: li vedo già, all'estero, scuotere la testa dopo aver letto gli articoli comparsi su The Guardian e nelle maggiori riviste straniere di ambiente e paesaggio, oltreché, naturalmente, sulla stampa nazionale e locale italiana. Perciò lancio un appello ai veneti: chiediamo di lasciare ai nostri figli orizzonti degni della nostra storia e del nostro futuro, di capire che in un periodo di crisi come questo c'è bisogno di comprendere da dove veniamo per non commettere gli errori del passato e guardare avanti senza doverci vergognare.

martedì 12 febbraio 2013

«Le nostre ville come i castelli della Loira»

«Le nostre ville come i castelli della Loira»
Elisa Pasetto
L'Arena, 23/11/2012
I proprietari: «I palazzi francesi fatturano un miliardo di euro In Italia rischiano l'abbandono perché non sono valorizzate»

È la più alta concentrazione di dimore storico-artistiche del mondo e, «confezionata» come pacchetto turistico, potrebbe diventare un circuito sul modello della trentina di castelli della Loira: un patrimonio che, da solo, genera 7,5 milioni di presenze l'anno e regala alla Francia, in termini di fatturato, oltre un miliardo di euro. Il sistema delle Ville Venete, 3.477 edifici monumentali sparsi su tutto il territorio regionale dal Garda all’Isonzo (di cui 657 nel Veronese, stando ai dati del catalogo dell'Istituto regionale Ville Venete) potrebbe giocare un ruolo analogo, se non superiore. Invece, ad oggi, questo inestimabile patrimonio, frutto del benessere economico conseguente al lungo periodo di pace e prosperità garantito dal governo della Serenissima, rischia di diventare una palla al piede peri proprietari, che si sentono lasciati soli dalle istituzioni e costretti a sobbarcarsi tasse sempre più alte e costi di gestione impossibili. Tanto che la soluzione, invece che valorizzarle e aprirle al pubblico, è sempre più spesso abbandonarle al degrado o, peggio, venderle al più ricco offerente, che al giorno d'oggi viene dalla Russia e le trasforma in pied-à-terre (privatissimo) nel Belpaese. Ecco perché 136 di queste ville (di cui 19 nel territorio scaligero) hanno deciso di unire le proprie forze e aprirsi al turismo mondiale, aderendo a una proposta realizzata d'intesa tra la Regione Veneto e le associazioni dei proprietari. Farle diventare nuove mete del turismo «slow», quello che ricerca le eccellenze artistiche, architettoniche e paesaggistiche normalmente escluse dalle proposte turistiche tradizionali. «Noi lavoriamo già con gli europei, soprattutto inglesi e tedeschi che vengono a sposarsi da noi», spiega Omar Gastaldelli, responsabile della società che gestisce Villa Pellegrini Cipolla di Castion, di poprietà dell'omonima famiglia. «La speranza, entrando in questo circuito, è quella di avere un riscontro sui grandi numeri e riuscire ad affacciarsi sugli altri mercati internazionali, come Stati Uniti e Russia. Oggi l'unica leva su cui puntare per riuscire a pagare l'Imu è il marketing, che dopo qualche anno permette di ottenere, come nel nostro caso, una crescita importante: ospitiamo oltre 150 eventi in 12 mesi, con un indotto importante per il territorio, dalle cantine agli hotel». Ed è solo con i grandi numeri che, in effetti, si riescono a ripagare gli altissimi costi di manutenzione visto che, in tempi di crisi, se crescono le richieste di informazioni per affittare la villa per organizzare un evento (dalle nozze alle cene aziendali), le conferme diminuiscono notevolmente. «Noi abbiamo 30mila metri quadri di parco, può immaginare che cosa ci costi solo il giardiniere», continua Gasteldelli, «senza contare che, anche se la villa è chiusa, va comunque riscaldata nei mesi più freddi perché non si rovinino gli affreschi. Il difficile è far capire agli interessati che una dimora storica non è come un altro stabile: presenta dei costi fissi alti in partenza, sia che venga utilizzata che no». Costi fissi che, tra l'altro, non si possono far pesare sull'affitto, se non si vogliono perdere clienti. Lo sa bene Paolo Arvedi, proprietario dell'omonima villa di Cuzzano di Grezzana. «Si va dalla cura quotidiana del giardino all'italiana all'illuminazione notturna, fino ai sistemi di vigilanza. Uscite che difficilmente vengono controbilanciate solo dalle entrate legate agli eventi o dal biglietto di ingresso per chi visita la villa. Anche perché, da noi, arrivano gruppi anche dall'Australia, ma dalla città niente da fare: secondo le guide turistiche i 12 chilometri che ci separano da Verona sono troppi. E così cerchiamo di aprirci a tutto quanto è possibile», racconta, «tanto che, oltre ai matrimoni, abbiamo ospitato le riprese del film «Letters to Juliet», di una puntata di «America's next top model», un servizio fotografico per un catalogo di Calzedonia: insomma, cerchiamo di adattarci alle esigenze del cliente. Molto difficile, comunque, che una dimora storica riesca a mantenersi da sola». «Gli unici aiuti che dispensa lo stato sarebbero quelli per la parziale copertura della manutenzione straordinaria, peccato che non ci siano fondi disponibili», commenta sconsolato. «Del resto, la rendita dell'investimento per la ristrutturazione e la manutenzione arriva solo al 2 per cento, per niente attrattivo per chi volesse investire, che cerca rendite dal 4 al 7 per cento». E così tutto è lasciato alla libera iniziativa dei privati, quasi tutti ormai demoralizzati. Solo una minima parte, non fosse che ha dei mutui da pagare, prova ancora a rimboccarsi le maniche per tentare di trasformare il suo gioiello da proprietà inespressa in attività commerciale. «lo stesso ho dei mutui aperti sulle spalle mie e dei miei figli», ammette Iseppi, «ecco perché, per pura iniziativa personale, ho provato a fare di quello che era un rudere un business in grado di automantenersi: una struttura ricettiva, aperta agli eventi, alle visite e ai laboratori scolastici». Ecco perché alcuni, allora, si giocano anche la carta di questa promozione messa in campo dalla Regione. «In realtà è un'idea che ha 15 anni e ne ho già viste tante, simili, che poi si sono arenate perché non ci sono fondi», continua Iseppi. «Prendiamo l'initerario tra borghi e castelli dal Padovano al Veronese: non si può investire per questo 35mila euro all'anno, quando solo per il mio ne spendo quattro volte tanto in pubblicità». E infatti uno dei problemi principali, secondo il proprietario del castello di Bevilacqua, è proprio la frammentazione dei contributi, gestiti in maniera non coordinata da troppi soggetti diversi, dal Gal (Gruppo di azione locale, ndr) alla Coldiretti per gli edifici rustici, dai Consorzi di promozione turistica, all'Istituto per le Ville venete, ai miniconsorzi locali. «Il risultato è che si creano dei doppioni e che le azioni, purtroppo, risultano inefficaci. La soluzione? Un piano nazionale che metta nero su bianco gli obiettivi turistici di qui a cinque-dieci anni, con il relativo budget dedicato. Perché non si può delegare al privato la gestione del ruolo culturale e sociale che questi beni hanno per tutto il Paese».

martedì 5 febbraio 2013

Nasce un Osservatorio per salvare il paesaggio

Nasce un Osservatorio per salvare il paesaggio
Elisabetta Papa
L'Arena - Il Giornale di Vicenza, 09/11/2012
Il territorio della Bassa è al centro di un complesso progetto di valorizzazione
Anche i cittadini potranno segnalare luoghi da tutelare e rivalutare

Uno speciale osservatorio del paesaggio per iniziare a guardare con occhi diversi il nostro territorio, riscoprendone il passato ed esplorandone il presente. n tutto grazie a nuovi progetti di valorizzazione e riqualificazione paesaggistica che saranno costruiti non solo con i suggerimenti che arriveranno dai 31 Comuni interessati, ma anche da Fondazioni, associazioni locali e da tutti cittadini che lo vorranno. I quali, prima solo su Facebook, poi tramite altri strumenti, potranno inviare foto, curiosità e qualsiasi altro materiale utile. Muoverà i primi passi proprio da qui, e con questi lungimiranti obiettivi, il nuovo «Osservatorio locale sperimentale del paesaggio della Pianura veronese», fondato da Regione, Consorzio di Bonifica Veronese, Gal della Pianura Veronese - enti finanziatori insieme alla Fondazione Cariverona - e Iuav, Università di architettura di Venezia. n progetto, che grazie alla collaborazione della Fondazione Fioroni di Legnago e del Dipartimento Tesis dell'Università di Verona, sta per essere avviato come braccio operativo veronese dell'Osservatorio regionale del paesaggio del Veneto creato nel 2011, verrà presentato oggi, alle 17.30, al Centro ambientale archeologico di via Fermi. A svelarne finalità e metodi di attuazione saranno Maria Chiara Tosi, docente Iuav, l'ingegner Alberto Piva, del Consorzio di Bonifica, Andrea Ferrarese, direttore della Fondazione Fioroni e Marco Ranzato, della Latitude, Platform for Urban Research and Design. Con l'aiuto degli esperti, il pubblico potrà così conoscere da vicino le aree di riferimento dell'Osservatorio del paesaggio della Pianura Veronese che sono comprese tra la fascia delle risorgive a nord, il Fissero-Zàrtaro-Canalbianco a sud, il corso del fiume Adige ad est (anche con la parte di territorio comunale di Legnago che si trova in sinistra Adige) ed il fiume Tartaro ad ovest. All'incontro si potranno conosce le attività in programma. L'Osservatorio, che durerà 18 mesi prorogabili ad un altro anno e mezzo, porterà con sé convegni, escursioni guidate, manifestazioni, laboratori scolastici, formazione di tecnici e progetto degli studenti dello luav di Venezia per il Bussi focus group aperti alla popolazione locale sulle tematiche del paesaggio. Ma, soprattutto, significherà condivisione di informazioni tramite un'apposita piattaforma digitale - con cui si avrà libero accesso ad archivi di mappe, fotografie, studi pubblicazioni - ed alla realizzazione di un atlante del territorio. «Uno strumento di lettura dell'ambiente, per scuole e professionisti della progettazione», spiega l'ideatore e curatore Andrea Ferrarese, «capace di ricostruire la lunga formazione del territorio, fornire punti di osservazione cronologici e rendere quella visione d'insieme sulla nostra terra piana' che tante volte ci sfugge». «Abbiamo coinvolto nell'Osservatorio istituzioni come la Fondazione Fioroni ed il DipartimentoTesis», precisa Antonio Tomezzoli, presidente del Consorzio di Bonifica Veronese, «perché sono realtà che conoscono bene il territorio e sono perciò in grado di coinvolgere anche le amministrazioni locali». Chiunque voglia già prendere parte attiva al progetto può collegarsi a www.facebookcom/PianuraVeronese. Osservatoriodelpaesaggio

giovedì 31 gennaio 2013

Italia Nostra «Torre Cardin apre le porte ai grattacieli»

Italia Nostra «Torre Cardin apre le porte ai grattacieli»
Corriere del Veneto ediz. Venezia e Mestre, giovedì 20 dicembre 2012

Scatta la denuncia contro la vendita delle aree comunali a Piene Cardin, Italia Nostra va all'attacco del Comune. Ieri il suo presidente, Marco Panini e la responsabile di Venezia, Lidia Fersuoch, hanno scritto ai carabinieri del nucleo Tutela beni culturali, al Ministero e alla Direzione per i beni artistici e culturali del Veneto. Il Palais Lumiere, per Italia Nostra, rappresenta un insulto alla città e, se realizzato, avrebbe un impatto paesaggistico devastante sulla laguna. Per questo l'associazione chiede alle autorità di intervenire a fermarlo. Forti poi del parere ministeriale che sostiene che il canale industriale ovest di Marghera è soggetto a vincolo paesaggistico, gli ambientalisti accusano Ca' Farsetti di agire contro la città. «L'autorizzazione a un intervento di questa portata rappresenterebbe un precedente gravissimo - si legge nel documento - non potendo negare ad altri quanto concesso oggi, potrebbe sorgere sul margine lagunare una corona di grattacieli con vista su Venezia, astratta dal territorio e priva di senso ambientale».