venerdì 31 dicembre 2010

Un censimento per difendere le opere d'arte

Un censimento per difendere le opere d'arte
c.m.
La Nuova Venezia 31/12/2010

Serve un piano operativo per mettere in sicurezza il patrimonio in caso d'emergenza

Un censimento e un piano operativo per mettere in sicurezza, in caso di emergenza, l'immenso patrimonio di opere d'arte di Venezia, della sua provincia e del Veneto. E’ uno dei nuovi obiettivi che il prefetto Luciana Lamorgese si è prefissata di raggiungere per il prossimo anno. Un lavoro di sinergia che vedrà impegnata non solo la dottoressa Lamorgese ma pure i colleghi delle altre città del Veneto, i ministeri dell'Interno e dei Beni Culturali e le tre Sovrintendenze presenti nella nostra regione. In questo momento non esiste un piano generale di messa in sicurezza di quadri, sculture e quant'altro costituisce il nostro patrimonio artistico in caso di calamità naturali o incidenti industriali Questo soprattutto perché non esiste un censimento preciso di quanto è ospitato in palazzi, musei, chiese e case private del Veneto. Sicuramente esistono singoli piani di messa in sicurezza ma riguardano i musei e le strutture principali delle singole realtà. «Quindi sarà fondamentale partire», ha detto il Prefetto, «da un censimento pia preciso possibile dei vari beni artistici esistenti sul territorio». In questo momento tutto ciò appare una scommessa, considerato quante «teste» bisogna mettere d'accordo, ma vista la caparbietà e la capacità del prefetto di Venezia c'è da ben sperare. II problema della messa in sicurezza del patrimonio artistico è sentito molto a Venezia considerata la quantità di opere ospitate in centro storico, ma pure nel resto della regione. Durante le recenti alluvioni il problema si è riproposto per i paesi e le città della campagna veronese, vicentina e padovana. Ebbene ben pochi sapevano cosa fare, se la situazione precipitava, per mettere in sicurezza un patrimonio eccellente anche se definito minore. Nei prossimi mesi il prefetto oltre a incontrare i vari colleghi del Veneto vedrà i responsabili delle Sovrintendenze ai beni artistici allo scopo di organizzare un tavolo operativo con lo scopo di arrivare, il prima possibile, ad un piano operativo da mettere in pratica in caso di emergenza. Inevitabile che vengano coinvolti anche gli esperti delle forze dell'ordine che si occupano di opere d'arte, come ad esempio i carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio e i vigili del fuoco. Da non dimenticare la sinergia poi con il Ministero dei Beni Culturali

mercoledì 3 novembre 2010

«Troppi edifici, il territorio è peggiorato»

«Troppi edifici, il territorio è peggiorato»
L'ARENA - Mercoledì 03 Novembre 2010 CRONACA Pagina 16

L'ANALISI. L'assessore regionale all'ambiente interviene sull'emergenza e risponde ai rilievi fatti del Genio: «I fondi per le emergenze sono sempre stati assicurati»

Conte: «Previsto uno stanziamento di 65milioni, ma le amministrazioni locali devono collaborare»

«Le previsioni del tempo sono buone, speriamo bene...». Maurizio Conte, assessore regionale all'ambiente, esordisce parlando di «evento straordinario, più grave di quello del '66». Ma rispetto ad allora, esclama, «le criticità sono aumentate perché il territorio è cambiato dal punto di vista urbanistico ed edilizio e ciò ha sicuramente peggiorato la situazione». Preso atto del danno, una cementificazione spesso sfrenata, ora, sottolinea l'assessore, «bisogna correre ai ripari e il primo obiettivo è monitorare tutti i punti critici e pure con presenza di un bilancio ridimensionato a causa della situazione economica, la priorità è accelerare i progetti del Genio come quello, attualmente fermo, che riguarda il torrente Alpone, nell'est veronese. Inoltre», aggiunge, «vanno individuati i bacini di laminazione, in modo da prevedere zone di espansione dell'acqua in momenti di difficoltà». Per quanto riguarda l'attuale situazione l'assessore elogia la macchina dell'emergenza che «ha funzionato alla perfezione».
A Verona, intanto, l'ingegner Mauro Roncada del Genio civile parla di disastro evitabile se ci fossero stati a disposizione maggiori fondi, 380mila euro a fronte, afferma, dei 3-4 milioni disponibili fino a qualche anno fa. «Auspico anch'io», replica Conte, «una maggiore attenzione e a tale proposito ci siamo già attivati con il ministero dell'Ambiente: è già previsto uno stanziamento di 65 milioni di euro e spero che tali fondi aumentino. Quanto ai rilievi di Roncada», aggiunge, «i fondi per 380mila euro di cui parla sono riferiti alla manutenzione ordinaria. I costi per le urgenze li abbiamo sempre autorizzati».
L'emergenza di questi giorni, però, ci ha fatto risvegliare in un Veneto più vulnerabile. «Ripeto, siamo di fronte ad avvenimenti eccezionali causati da una concatenazione di fattori, primo fra tutti lo scioglimento di nevi in montagna che, unito alle piogge intense, ha riversato un'enorme quantità di acqua in fiumi e torrenti. Adesso è urgente una pianificazione più ampia, anche con un riordino degli enti di coordinamento delle azioni sul territorio».
E a livello di prevenzione, assicura Conte, «la Regione già dal 2002 ha imposto alle amministrazioni locali la verifica di compatibilità idraulica e le ha invitate a rispettare, anche se scaduti, i vincoli previsti dai piani di assetto idrogeologico poiché, sottolinea, «non sono venute meno le motivazioni dei vincoli, per cui una buona amministrazione ne dovrebbe comunque tener conto e non derogare consentendo di costruire in aree a rischio idraulico, come le golene poiché il territorio non sopporta più interventi di questo genere». E dice di sperare in una «maggiore consapevolezza a livello locale».
Secondo l'assessore regionale, «la volontà di tutelare il territorio e la necessità di intervenire con provvedimenti preventivi si infrange spesso, da una parte contro le proteste di gruppi ambientalisti che si oppongono al taglio di alberi lungo gli argini, visto come uno scempio ambientale, e dall'altro contro le spinte di sindaci che chiedono di ammorbidire norme come quelle che riguardano l'edificazione nelle golene per andare incontro alle richieste dei loro concittadini. Ma nostro compito», conclude, «è far sì che i fattori di rischio non peggiorino, per questo si deve intervenire».

mercoledì 13 ottobre 2010

I grandi Veneti

I grandi Veneti
FRANCESCA GIULIANI
La Repubblica 11-10-10, pagina 45 sezione ROMA

DA BERGAMO a Roma, ottanta dipinti dell' Accademia Carrara in mostra al Chiostro del Bramante: è l' occasione per un colpo d' occhio su quattro secoli di pittura fioriti intorno all' incanto di Venezia, regina delle arti. Da Pisanello a Tiziano, da Tintoretto a Tiepolo, "I Grandi Veneti", raccolti e selezionati a cura di Giovanni Villa, escono dalle sale di una delle maggiori raccolte civiche nazionali, chiuse per lavori di ristrutturazione fino al 2013 e arrivano in mostra in qualche caso anche migliorati da interventi di restauro e recupero. Il percorso espositivo, intorno alle sale del Chiostro romano, prende le mosse dalle personalità Giovanni Bellini e Carpaccio, nella seconda metà del Quattrocento. I loro capolavori mettono in luce in che modo si sviluppò la linea del Rinascimento settentrionale, che seguì la via cromatica e "luministica" anzichè prospettica, come accadde invece a Firenze. È una grande stagione quella che cresce a Venezia nel primo Cinquecento e dura poi più a lungo che nel resto d' Italia prooprio grazie all' indipendenza politica della Serenissima. Le opere di Tiziano e Palma il Vecchio raccontano questa fase splendida, insiemea quelle dei Vivarini- Bartolomeoe Alvise - oppure di Cariani e Previtali e ancora di Basaiti o Cavazzola. Protagonista sia a Venezia sia a Bergamo è in questo periodo Lorenzo Lotto che porta nella città lombarda i riflessi della grande maniera veneta, mentre le opere di Tintoretto e Veronese, conducono quasi fino alla fine del XVI secolo le estreme raffinatissime variazioni sul tema rinascimentale. Più complesso - e meno conosciuto - è invece il Seicento, momento in cui a Venezia si riscopre il Giorgione e un nuovo classicismo letterario. Con il Settecento è l' ora di una incredibile varietà di interpretazioni del mondo figurativo, dai capolavori di Tiepolo alle meraviglie dei vedutisti. Carlevarijs per primo e poi Canaletto e Guardi e infine Bellotto sono i protagonisti di questo ulteriore sviluppo cresciuto in seno alla nuova cultura laica e razionale. Un viaggio nella pittura italiana, nella luce e nel paesaggio, una scelta di opere difficili da vedere e, anche per questo, da non perdere.

mercoledì 6 ottobre 2010

In Laguna per saperne di più. Erosione costiera in siti di interesse archeologico

In Laguna per saperne di più. Erosione costiera in siti di interesse archeologico
Terra 28/9/2010

Un workshop il 2 e 3 ottobre organizzato da Archeoclub d'Italia, Marenostrurn e Società di geologia ambientale

Erosione costiera in siti di interesse archeologico è il titolo dell'interessante workshop che si svolgerà dal 2 al 3 ottobre 2010 nello splendido scenario dell'Isola del Lazzaretto Nuovo (www.lazzaretonuovo.com) nella laguna nord di Venezia. Organizzato dall’Archeoclub d'Italia Marenostrum e dalla Società Italiana di Geologia Ambientale, il convegno ha ricevuto il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dal Magistrato alle Acque di Venezia, dalla Regione Veneto, dalla Provincia di Venezia, dal Comune di Venezia, dall'Ispra, dall'Upi, dallAnci Veneto, dal Cmas Fipsas Gnrac, dall'Ordine dei Geologi Regione del Veneto, da Archeologia Viva Aiqua. Gli organizzatori evidenziano nel presentare il workshop come l'Italia sia un paese ad altissimo rischio idrogeologico e che i recenti fatti del messinese sono solo l'ultima drammatica testimonianza di come, con le modifiche al territorio, l'uomo ha causato danni spesso irreversibili. Esistono, secondo gli organizzatori, testimonianze di questo fenomeno molto meno drammatiche ma assai significative perché riescono a mettere in luce come, dopo secoli di pacifica convivenza tra uomo e ambiente, basti veramente poco per rompere l'equilibrio. E' il caso dei siti archeologici costieri, che dopo millenni di storia si trovano minacciati da una incalzante erosione. Il moto ondoso in pochi anni può inghiottire decine di metri di costa e di reperti archeologici. Come sempre, però, la spiegazione ai disastri c'è ed è spesso imputabile all'opera dell'uomo: ad esempio (vedi il caso recente di Kamarina, RG), l'ampliamento di un porto. Secondo i nuovi orientamenti di Ingegneria Idraulica Costiera e Ambientale, le coste si possono proteggere con opere flessibili a basso impatto ambientale, come ripascimenti protetti, barriere frangiflutti soffolte, pennelli permeabili, geotubi, schermature, rivegetazioni, rivestimenti in legname e pietrame, burghe, buzzoni, ecc., che possono anche riqualificare l'ambiente naturale in cui il bene archeologico è inseritd'. Inoltre, l'Archeoclub d'Italia Marenostrum ricorda che in materia di valorizzazione delle bellezze storico-artistiche del nostro territorio, è in corso di realizzazione il progetto MED. ARCHEO. SITES che prevede la realizzazione di un programma di valorizzazione dei siti archeologici e storici del Mediterraneo, realizzato in partenariato con altri Paesi dell'area mediterranea . La sessione mattutina di sabato 2 ottobre, introdotta da Rosario Santanastasio (Marenostrum Archeoclub d'Italia), vedrà interventi su aspetti archeologici e geologici mentre la sessione pomeridiana, moderata da Franco Ortolani, vedrà interventi su aspetti tecnici ed ingegneristici. La mattina di domenica 3 ottobre sarà dedicata all'immersione su un relitto presente in laguna. Il workshop, di carattere interdisciplinare, si rivolge a ingegneri, geologi, archeologi che operano nel settore del territorio e dell'archeologia.. Per partecipare all'evento la segreteria organizzativa è presso l'Archeoclub d'Italia sede di Venezia tel/fax: 041.2444011 email: info@archeove.com.

sabato 31 luglio 2010

Una lottizzazione selvaggia in un’area vincolata

Una lottizzazione selvaggia in un’area vincolata
20 luglio 2010, Terra

La variante parziale al Piano Ambientale, per l’area Sassonegro, inizialmente prevede solo il riordino della volumetria esistente (4823 metri cubi), e non la volumetria quadruplicata. In fase di discussione, poi, si raggiunge il compromesso: il Consiglio del Parco concede una edificazione aggiuntiva pari alla volumetria esistente. Scelta capovolta dalla Commissione Tecnica regionale, che accetta un’osservazione presentata dal Comune di Arquà, riconoscendo tutta la volumetria approvata con la variante al Prg del ’98. Quando però il tutto arriva in Consiglio regionale per l’approvazione, viene approvato un testo con la sola previsione del riordino dei 4823 metri cubi. Ecco che nel 2003 arriva l’esposto del Coordinamento delle Associazioni ambientaliste al sindaco di Arquà e al Presidente del Parco. E nel 2005, a lavori in corso, scatta il sequestro preventivo dell’area.

entra nel vivo il processo per lo scandalo Sassonegro. Una lottizzazione selvaggia in un’area vincolata, con vista sul borgo antico di Arquà, proprio sotto la casa del Petrarca. Sul banco degli imputati per questo scempio ambientale, nel cuore dei Colli Euganei, ci sono Giuseppe Trentin, ex sindaco democristiano di Arquà, ora in quota Pdl, nonché proprietario di buona parte dei terreni coinvolti; il progettista ed ex consigliere comunale, l’architetto Celestino Crispino; il titolare di Piemme Costruzioni Paolo Quaggia; il direttore dei lavori Zelinda Magarotto; il responsabile del cantiere Roberto Lovato; il responsabile dell’ufficio tecnico di Arquà Rossella Verza. I reati contestati vanno dalla concussione alla deturpazione dell’ambiente, oltre all’abuso d’ufficio e ad altre violazioni di natura urbanistica. A sostenere l’accusa il pm Paolo Luca. Le associazioni ambientaliste, Legambiente e Wwf , si sono costituite parte civile. Non così il Parco Colli e il Comune di Arquà. L’area del Sassonegro è attualmente sotto sequestro, ma lo scempio si è già concretato con le opere di urbanizzazione primaria: distruzione di piante, il vigneto che prima occupava il decilvio, oltre allo sbancamento del pendio per la realizzazione di una strada e di marciapiedi con la posa della pubblica illuminazione e dei sottoservizi. Una ferita ancora acquiben visibile che squarcia il fianco della collina. Mercoledì scorso, davanti ai giudici del tribunale di Padova, i primi testimoni hanno cominciato a ricostruire la vicenda di quest’area vincolata, su cui è stato consentito ad alcuni costruttori di quadruplicare la cubatura, con la previsione di diciotto villette. I giudici hanno ascoltato in particolare l’ispettore Andrea Franco, della squadra di polizia giudiziaria della procura, colui che ha apposto i sigilli di sequestro all’intera operazione, e l’architetto Paolo Merlini, consulente del pm Paolo Luca. Il processo riprenderà il 22 settembre. La storia di questo scandalo ambientale ha inizio nel 1997, quando il Consiglio comunale di Arquà adotta la Variante generale al suo Prg. Variante che Scelprevede, tra l’altro, la trasformazione in residenziale di un’area agricola in località Sassonegro, con la scusa del “riordino” dell’area. Una previsione in netto contrasto col Piano Ambientale del Parco Colli. Nonostante questo, l’anno successivo la Commissione Tecnica regionale dà il via libera e la Giunta regionale approva la variante. Solo a quel punto, il sindaco di Arquà chiede al Parco di avviare una variante al Piano Ambientale in modo da adeguarlo al Prg.

lunedì 5 luglio 2010

Quattordici ettari di area agricola potranno essere trasformati

Quattordici ettari di area agricola potranno essere trasformati
(Sabato 3 Luglio 2010) il Gazzettino

(L.Lev.) Pati alle fasi finali. Nei prossimi dieci anni 14 ettari di territorio agricolo potranno essere trasformati: 5 ettari per gli insediamenti industriali e 9 per edifici residenziali, del terziario e commercio. Il totale della cubatura consentita prevede una realizzazione massima di 590 mila metri cubi, «compreso naturalmente quanto previsto dalla Grosoli-PL4 - dice il sindaco Mirco Gastaldon -. E per quanto riguarda il numero di abitanti, va sottolineato che, al posto dei 21.000 previsti, nell'arco di 10 anni il nostro Comune potrà arrivare al massimo a 18.500. Le limitazioni previste costituiscono una garanzia per la conservazione dell'ambiente agronaturale e per la qualità della vita dei residenti e la tenuta dei servizi».
L'adozione del piano avverrà giovedì con delibera del consiglio comunale che rappresenta la prima azione formale per chiudere l'iter di formazione. «Il Pati Cadoneghe-Vigodarzere delineerà le scelte strategiche di assetto e di sviluppo per il governo del territorio individuando le destinazioni e i vincoli di natura geologica, geomorfologica, idrogeologica, paesaggistica, ambientale, storico-monumentale e architettonica - aggiunge Gastaldon - in conformità agli obiettivi e indirizzi indicati nella pianificazione territoriale di livello superiore. Non è un piano operativo, ma un piano che indica le aree potenzialmente trasformabili e le aree di tutela del territorio. Sarà poi il Piano degli Interventi a disciplinare nel dettaglio». Dopo l'adozione seguiranno 30 giorni per il deposito delle documentazioni e altri 30 giorni per le osservazioni.

martedì 25 maggio 2010

Venezia, la scoperta delle origini

Venezia, la scoperta delle origini
Corriere del Veneto, 20 maggio 2010

Certamente non si può affermare che finora nessuno l’abbia studiata, ma le conclusioni sono del tutto inedite: l’equipe di archeologia di Ca’ Foscari racconta in una mostra le vere origini degli insediamenti stabili nella Laguna nord. Si chiama «Non in terra né in acqua» ed è stata inaugurata ieri nell’Isola di San Lazzaro degli Armeni, la mostra, ideata dal Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università di Ca’ Foscari e resa possibile grazie al finanziamento agli scavi della Regione Veneto. L’iniziativa ha il pregio di smentire essenzialmente due aspetti delle ricerche condotte nel corso del secolo scorso: l’Isola di San Lorenzo d’Ammiana non ha origini classiche e sulla sua superficie non èmai stato costruito un castello.

Ma cos’era Venezia prima di Venezia? Da sempre gli archeologi se lo sono chiesto e negli ultimi tre anni di scavi, molti sono stati i ritrovamenti che aiuteranno a ricostruire pezzo per pezzo la storia delle origini. Anfore, contenitori da trasporto, vetri monete, ma anche ceramiche, epigrafi e lucerne, per ogni scoperta un nuovo tassello nella storia della Laguna nord, nella quale i primi insediamenti stabili sembra fossero legati indissolubilmente alle risorse del luogo, dalla pesca alle saline, fino ad un possibile ruolo di fulcro nevralgico comunicativo tra la laguna nord e la laguna sud. A due chilometri ad est dell’ossario di S.Arian, tra l’isola di S. Cristina e il canale di S.Felice l’Isola di San Lorenzo d’Ammiana è stata tuttavia già nel corso del secolo scorso, un vero e proprio laboratorio archeologico in cui gli scavi si sono alternati fino agli anni ’90, lasciando vistose tracce e in particolare ha visto alternarsi fra il 1969 e il 1988 gli scavi dell’equipe dell’ispettore onorario della soprintendenza Ernesto Canal che hanno messo in luce alcuni ritrovamenti interpretati come pre-esistenti all’impianto della pieve.

«Secondo le diverse pubblicazioni che scaturirono da quell’analisi gli scavi dell’equipe evidenziarono già nella media età imperiale (II-III secolo d. C) un’occupazione stabile dell’isola», spiega Sauro Gelichi, professore di archeologia medievale e coordinatore del progetto attivato nel 2007 da Ca’ Foscari, «le indagini che abbiamo condotto in questi anni, invece, hanno dimostrato che un insediamento stabile non iniziò prima del V secolo. Un dato che sembra in sintonia con quanto si sta scoprendo negli ultimi anni un po’ in tutta la laguna, dove i fantasmi della classicità vengono giustamente risospinti verso altri lidi». Niente «romanità veneziana», insomma, per San Lorenzo d’Ammiana, e nemmeno per la «domus», scoperta da Ernesto Canal che sembra risalga invece ad un epoca più tarda. «Non ci sono tracce né di fantomatici castelli, ma neppure, al momento, di stabili occupazioni dopo il VII secolo - spiega Gelichi - da tempo credo che alcuni stereotipi all’interno dei quali sono state incardinate le tappe di una irresistibile ascesa della Serenissima continuino ad essere soltanto delle facili etichette che dovrebbero invece essere verificate grazie agli studi che gli "archivi della terra" mettono ancora a nostra disposizione. Proprio oggi partirà inoltre uno studio a Sant’Ilario di Mira, nella Laguna sud, dove si trova un monastero databile intorno all’Alto medioevo che i primi dogi veneziani avrebbero scelto come luogo di sepoltura».

domenica 23 maggio 2010

Il maestro "contadino" che regnò sulla pittura veneta

Il maestro "contadino" che regnò sulla pittura veneta
SABATO, 22 MAGGIO 2010 LA REPUBBLICA - Cultura

A cinquecento anni dalla nascita la sua città dedica una grande mostra all´artista Una vita vissuta in provincia, ma Longhi lo mise alla pari di Tiziano e Tintoretto

Jacopo Da Ponte, detto Bassano ,si sa per certo che morì il 13 ottobre del 1592. L´anno di nascita, invece, è ancora incerto. Documenti e indizi discordi invitano a collocarlo fra il 1510 e il 1515, e perfino ´18: con più alta probabilità fra il ´10 e il ´13.
Tanto basta a far sì che le celebrazioni del suo quinto centenario si dilatino per l´intero quadriennio in corso. Si comincia con una mostra antologica, compendiosa ma eloquente, che la città di Bassano offre al suo maggior figlio «per regalo di compleanno» e premio a tutto quel che verrà in seguito, fino a sfociare nel 2013 in una rassegna maiuscola, di centocinquanta dipinti e cinquanta disegni, centrata sull´ultima stagione dell´artista e i suoi rapporti coi quattro figli - tutti pittori di merito e collaboratori in - più istanze ai capolavori della vecchiaia.
Quella già aperta al Museo Civico (Jacopo Bassano e lo stupendo inganno dell´occhio, fino al 13 giugno) comprende invece quaranta opere, di cui quindici sono tesori di importanti musei e raccolte di tutto il mondo, che inseriti in una trama delle opere di casa aiutano a delineare al meglio la figura dell´artista.
Gran pittore, il Bassano. Anzi, grandissimo: anche a stima dei più esigenti storici dell´arte, fra cui il Longhi, che lo chiama «il re contadino della pittura veneta del Cinquecento» e lo include, con Tiziano, il Tintoretto e il Veronese nella quaterna degli eccelsi. Con un tratto che lo distingue. Perché tutti gli altri grandi, dal Giorgione al Veronese (tranne il Tintoretto, veneziano di Castello), erano pittori di terraferma, venuti ad inurbarsi dove correvano denari. Ma lui no. Lui, figlio d´arte, nato a Bassano e formato nella bottega paterna, prossima al ponte da cui assumeva il nome la famiglia, la sua città non volle mai lasciarla; e dopo una breve rifinitura a Venezia presso il Bonifacio Veronese (dove conobbe, altro allievo, il coetaneo Tintoretto) vi ritornò e passò tutta la vita, contentandosi di restare un pittore «provinciale». E fu questo, non ultimo, un fattore della sua identità e grandezza, per tutto quel che il restare, anche nel sentimento, «contadino» aggiungeva alla sua arte e la distinse fino a farne un modello.
Arriva tardi alla sua forma ultima. Con protratta eleganza ed inventiva in ogni passaggio, ma tardi. E quando vi arriva è uno schianto, o meglio un´epifania. Perché quella forma è sostanza, e dentro c´è l´uomo intero com´è ed ha capito di essere; e dice cose che solo lui, per come si è capito, saprebbe dire. E piace, in questa mostra-regalo così raccolta ed amorevolmente curata da Alessandro Ballarin e Giuliana Ericani, seguire il nitido filo che porta dagli esordi agli ultimi fuochi.
C´è una sorpresa, fra le opere giovanili: una Cacciata dei mercanti dal tempio, di recente scoperta a Londra, che - dipinta fra il 1531 e il ´32 - si propone con le sue accattivanti ingenuità, come la più antica opera del Bassano finora conosciuta. Quanto alle altre in mostra, danno motivo di supporre che fino al 1539, vivendo il padre, Francesco, il talento del figlio non fosse del tutto libero, ma trattenuto, per amore di clientela, da novità di linguaggio.
E´ infatti dei primi anni Quaranta l´affrancarsi di Jacopo dai modi della bottega paterna per aderire con slancio al linguaggio del manierismo centro-italiano, con attenzione al Parmigianino e a Cecchino Salviati. Ed è su questa fase che convergono i dipinti ottenuti in prestito: un contributo che accompagna il percorso del Bassano per un ventennio, dai primi fervori manieristi, al loro progressivo esaurimento. Si è voluto anche, questa lunga fase intermedia, illustrarla a tutto campo, con un ampio ventaglio di soggetti e formati. C´è così, dal Louvre, la celebrata Coppia di cani legati a un albero (1548-50), dall´Ambrosiana, la Fuga in Egitto, dall´Università di Birmingham una Adorazione dei Magi, da una raccolta milanese, uno straziante Ecce Homo, dai musei di Budapest e Berlino, due splendidi esempi di un genere per il Bassano non consueto: rispettivamente i ritratti del Cardinale Pietro Bembo, e di un Senatore Veneziano (1558), già attribuito a Tiziano.
Il San Cristoforo dell´Avana, visto in Italia una sola volta, più di cinquant´anni fa, il San Girolamo in meditazione dell´Accademia di Venezia (attribuito anche al Greco), la Santa Giustina in trono (1560) della Parrocchiale di Enego, sono, col San Giovanni Battista nel deserto (1558) e la Pentecoste (1559) del Museo ospitante, ultimi sussulti della fase manierista, nel trapasso al "naturale" dell´ultima stagione. Un processo che appare già risolto nel bellissimo Annunzio ai pastori (1560) del duca di Rutland e l´Adorazione dei pastori (1564) del Museo di Houston, chiamati a confrontarsi col "Presepio di San Giuseppe", che a Bassano è di casa. Ed è qui, in queste "pastorali" ancor più che nelle celebrate grandi pale dell´età estrema, che l´artista arriva ad esprimersi nella sua più schietta e completa essenza.
Perché questo Bassano "contadino" strappa la Storia Sacra, la lettera del Vecchio e nuovo Testamento, la Sacra Famiglia, i Patriarchi, i Santi d´accompagno e tutto il resto, all´aura devozionale, le formule idealizzanti, gli atteggiamenti "da santi" dell´immaginario consueto, e porta il tutto a terra, la sua terra e campagna, sotto cieli meravigliosi e in paesaggi assurti a protagonisti, ad impastarsi, quasi, con l´umile ed affaticata realtà della nostra specie, tra fiati, ragli, e razzolare di bestie, arnesi di lavoro, afrori di stallatico e di ascelle.
Piacesse o no all´Inquisizione, (con cui c´era qualche problema), mai la Divinità, fino allora, ci era stata mostrata così vicina, ribaltata nella normalità quotidiana e connaturata alla nostra povera argilla.

lunedì 17 maggio 2010

Conferenza: "IL MONTE SUMMANO TRA LEGGENDA E REALTÀ ARCHEOLOGICA"

Conferenza: "IL MONTE SUMMANO TRA LEGGENDA E REALTÀ ARCHEOLOGICA"

Giovedì 20 maggio 2010
Salone Alpini Biblioteca Comunale,ore 20.30
Piazzale degli Alpini, 16
Piovene Rocchette (vicenza)
Conferenza
"IL MONTE SUMMANO TRA LEGGENDA E REALTÀ ARCHEOLOGICA"
Primi risultati delle campagne di scavo 2008-2009
Relatrice dott.ssa Mariolina Gamba della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto
Ingresso libero
Info: Biblioteca Comunale di Piovene Rocchette (tel 0445 696450, fax 0445 696451), e-mail: biblioteca@comune.piovene-rocchette.vi.it
Organizzazione: Comune di Santorso e Museo Archeologico dell'Alto Vicentino in collaborazione con Gruppo Archeologico dell'Alto Vicentino e Comune di Piovene Rocchette.

giovedì 6 maggio 2010

La Procura immortala le torri incompiute contro il rischio abusi

La Procura immortala le torri incompiute contro il rischio abusi
ALBERTO ZORZI
CORRIERE DEL VENETO – 5 maggio 2010

Hanno scattato decine di foto. Ma quelli che si aggirano da giorni tra i cantieri di Jesolo non sono turisti. Dopo la sentenza del Consiglio di Stato, che ha ribadito il principio secondo cui tutte le aree entro i 300 metri dalla battigia sono di interesse paesaggistico e dunque vincolate all'autorizzazione alla Soprintendenza, la soluzione del «caso Jesolo» è affidata al dialogo tra il ministero dei Beni culturali e l'amministrazione comunale del litorale. Ma la situazione è tenuta sotto controllo anche dalla procura della Repubblica di Venezia e proprio nei giorni scorsi, dopo la pubblicazione della sentenza romana, il pm Stefano Buccini ha delegato la polizia giudiziaria ad «immortalare» lo stato delle torri bloccate definitivamente dai giudici. Gli agenti sono arrivati di fronte ai grattacieli già in parte costruiti o ai semplici cantieri con la macchina digitale, per impedire che possa sfuggire un'eventuale alterazione futura dello stato dei luoghi. Ipotesi difficile, visto che i cantieri sono fermi da mesi (dalla prima sentenza del Tar di fine 2008) e mai nessuno si è sognato di salire «di nascosto», ma il magistrato ha voluto cautelarsi. Buccini è infatti titolare di un fascicolo aperto un paio di anni fa sulla base della tesi della Soprintendenza prima segnalazione della Soprintendenza, risalente al periodo precedente alla prima sentenza del tribunale amministrativo regionale. Il fascicolo per ora è senza indagati e l'ipotesi di reato è la violazione delle norme previste dal codice dei beni culturali e dal testo unico dell'edilizia. Per la parte penale gli interventi contestati, cioè quelli a meno di 300 metri dal mare - tipo il Terramare, l'intervento di cui si è trattato al Tar, o la G-House di piazza Marina, già costruita al grezzo - sarebbero dunque degli abusi edilizi. In tutto si tratta di quattro grandi interventi e varie decine di opere minori, ma la situazione peggiore è proprio quella della torre di 13 piani di piazza Marina. Palazzo Ducale aveva a suo tempo ipotizzato un tetto agli otto piani: i cinque piani in più verranno abbattuti? Per ora la procura sta aspettando di acquisire ufficialmente la sentenza del Consiglio di Stato, ma la stessa Soprintendenza avrebbe la forza di imporre la demolizione.

mercoledì 5 maggio 2010

Il problema nucleare di Zaia

Il problema nucleare di Zaia

Il Fatto Quotidiano del 28 aprile 2010

Nicola Brillo

Sul tavolo del nuovo governatore del Veneto Luca Zaia finiranno presto due grane energetiche. Ed entrambe portano dirette in Polesine. Qui infatti prosegue la battaglia tra i comitati ed Enel, a colpi di proteste e azioni legali, contro la riconversione della centrale da olio a carbone, simile a quella di Civitavecchia fermata nei giorni scorsi. La centrale di Polesine Camerini (Rovigo) è anche al centro della nuova inchiesta della magistratura rodigina che ha indagato i vertici dell’Enel, passati e attuali. Proprio queste zone sono maggiormente indiziate per ospitare una delle cinque centrali nucleari promesse dal governo Berlusconi. Durante la campagna elettorale della Lega Nord in Veneto la parola "nucleare" è stata bandita: tutti gli annunci parlavano di "autonomia energetica" ed "energia pulita". E anche il governatore Zaia, che a Roma aveva dato via libera al ritorno in Italia del nucleare, in Veneto è stato perentorio: "La regione la sua parte l’ha già fatta. Con il rigassificatore al largo delle sue coste, e con la riconversione al carbone di Porto Tolle". Ma in molti sembrano non credergli. Per primi i Verdi che avevano reso nota la lista dei possibili siti nucleari, con la zona di Rosolina-Chioggia (dove Venezia confina con Rovigo) tra le prescelte. La lista è stata smentita da Enel che, con i francesi di Edf, si occuperà della costruzione delle centrali.
Ma in un recente incontro organizzato dai Radicali a Padova, gli amministratori delegati delle più importanti multiutility del Nord Est, interessate al business, hanno dato per scontato la realizzazione di due centrali: una in Veneto e l’altra in Friuli-Venezia Giulia. "Se il governatore Zaia non manterrà le promesse elettorali di un Veneto senza centrali nucleari spiega Michele Bortoluzzi (Radicali) -qui sarà rivolta". Dal Polesine "potremmo togliere definitivamente il cartello ‘Parco regionale del Delta del Po’ e
mettere quello di ‘Parco Energetico Nazionale’, vista la presenza di 28 centrali energetiche", commentano dai comitati del Polesine riunitisi di recente in un network. Intanto le aziende del Nord Est legate al business nucleare si preparano.
Venticinque società, per la maggior parte vicentine, hanno preso parte al "Supply chain meeting", l’incontro organizzato da Enel e Confindustria a Roma per le aziende interessate al programma nucleare. Berlusconi prevede di accendere la prima centrale già nel 2020. E l’ex governatore Giancarlo Galan ha messo l’ultima firma importante, prima di lasciare Palazzo Balbi, al via libera al programma per la riconversione a carbone "pulito" della centrale di Polesine Camerini. L’impianto, che attende ora l’approvazione della Conferenza dei servizi, comporterà investimenti pari a circa 2,5 miliardi di euro per la produzione di 1.980 Mw Enel verserà decine di milioni di euro agli enti locali per l’”ospitalità”: Nella centrale, che sarà riattivata nel 2016, lavoreranno 750 persone, tra dipendenti diretti e indotto.
I cittadini che abitano a ridosso della centrale lamentano però altri numeri. La centrale Enel mangerà 3,750 milioni di tonnellate di carbone all’anno, più calcare per 13 mila tonnellate. Sarà rifornita da 60 navi carbonifere l’anno provenienti dall’Istria. Una nave-deposito in Adriatico da 100 mila tonnellate sarà ancorata a 4 miglia dalla costa e sarà attivato un sistema di chiatte che rifornirà i forni della centrale. Il viaggio inverso lo farà invece il calcare di risulta, impiegato nei filtri desolforatori dopo il processo di filtraggio dei fumi, per un totale di 225 mila tonnellate l’anno di gesso che verrà poi mandato
nei cementifici. Per far funzionare la centrale serviranno inoltre 2,8 milioni di metri cubi d’acqua per il raffreddamento dei condensatori. Poi c’è la produzione di ceneri derivanti dalla combustione del carbone,
stimata in circa 412 mila tonnellate l’anno.

martedì 4 maggio 2010

LA FESTA DELLE FATE 2010

LA FESTA DELLE FATE 2010
Inizio: sabato 26 giugno 2010 alle ore 19.00
Fine: lunedì 28 giugno 2010 alle ore 22.00
Luogo: BARDOLINO- Lago di Garda (Verona)

Programma della FESTA DELLE FATE

25 giugno: “Fantasy Rockabilly”

h. 19.00 Inizia ufficialmente la Festa delle Fate!!
Spettacolo con Rockabilly… musica, canto e danza.
Per tutti c’è la possibilità di cenare al Parco in uno splendido contesto di magia. Trovate la contea degli artigiani, la bottega degli alchimisti, la via delle fate con la collezione “Les Alpes” e i vestiti da indossare per essere fata per una notte.
Spettacolo per i bimbi, racconti intorno al fuoco e arte divinatoria.

26 giugno “Il sogno diventa realtà”

h.19.00 il mondo magico riappare con musica, teatro e spettacoli.
Dolci note d’arpa accompagnano la cena e i momenti di relax tra i paesaggi fantasy.
Presente solo per questa notte gli “Astrofili” di Verona che raccontano di stelle e galassie. A far loro di contorno: Star Trek e altre associazioni di fantascienza.
Conferenze durante la serata di scrittori specializzati in racconti e leggende del territorio.
Spettacolo per i bimbi, racconti intorno al fuoco e vendita di fatine.

27 giugno

“Fantasy Cosplay”
Alle 17.00 grande ritorno al Parco con racconti fatati, bolle giganti, pozioni alchemiche, musica, cena e tanto divertimento.
Ospite Cartoomics e Cosplay City con il tanto atteso Fantasy Cosplay!!

evento su Facebook: http://www.facebook.com/event.php?eid=114224801946731

domenica 2 maggio 2010

Margherita Hack. Stato e Chiesa... senza censura.

BASSANO DEL GRAPPA, libreria La Bassanese, ore 20.45.
Margherita Hack. Stato e Chiesa... senza censura. Dalla scuola alle cellule staminali, dalla ricerca in Italia all’eutanasia.
Dall’università e i suoi “baroni” alla fuga dei cervelli nazionali.
Le ingerenze della Chiesa e della politica che ritardano le innovazioni scientifiche saranno gli argomenti dell’incontro senza censura con la scienziata e intellettuale di fama mondiale Margherita Hack per capire dove sta andando il nostro Paese. Una serata per valutare le riforme che si sono succedute da governi diversi, denunciandone gli errori, le incongruenze, conoscendo dal vivo le prese di posizioni di Margherita Hack. Ingresso con Tessera Senza Censura. Nell’ambito degli “Incontri senza censura”. Ingresso: gratuito, a posti limitati. Si consiglia la prenotazione. Infoline: 0424 521230 -
0424 522558 (tel. e fax), e-mail: info@labassanese.com,
sito: www.labassanese.com

lunedì 26 aprile 2010

Un longobardo con le sue armi nella necropoli sotto la Rocca

Un longobardo con le sue armi nella necropoli sotto la Rocca
Martedì 20 Aprile 2010 PROVINCIA Pagina 28 - l'arena

Oggi la presentazione della scoperta avvenuta durante i lavori per il restauro della chiesa di San Pietro

Otto le sepolture già individuate oltre a una serie di reperti di notevole interesse: finora li hanno visti solo gli studenti

I resti di una necropoli romana sono stati rinvenuti nei pressi della chiesa di San Pietro, ai piedi della Rocca, sulla strada che conduce a Garda.
L'inattesa scoperta è avvenuta, casualmente, durante i lavori di restauro della chiesetta, che è documentata a partire dal 1281. Nel liberare dalla terra la base esterna della parete dall'edificio, con l'intento di costruire un cunicolo areato per salvaguardare lo stabile, ci si è imbattuti infatti in una serie di tombe risalenti al periodo tardo romano.
Immediatamente l'architetto Massimiliano Valdinoci, responsabile con gli architetti Michele Ruffino e Laura Musso di Torino del progetto di recupero dell'antico oratorio, ha avvisato la Soprintendenza Archeologica del Veneto.
Lo scavo archeologico, che è stato condotto sotto la direzione della dottoressa Brunella Bruno, ha cosi messo in luce una lunga sequenza di azioni e interventi, succedutisi sull'area prima dell'edificazione della chiesa di San Pietro.
Sono stati rinvenuti i resti e le strutture di un edificio risalente all'età romana sulla cui area, in seguito forse al suo abbandono, si sviluppò nell'altomedievo un'area funeraria.
Non è chiara l'estensione del complesso insediativo, né tanto meno della superficie cimiteriale; ma è proprio sopra alcune di queste sepolture che la chiesa si sviluppò nel corso dei secoli, sovrapponendosi quindi ai resti di aree funerarie romane e altomedievali, ma anche di una piccola strada.
Tra le sepolture ritrovate si distingue quella d'età longobarda di un uomo armato con scramasax (un lungo pugnale usato dai longobardi), inumato insieme a tutto il suo corredo. Il tutto è stato nelle settimane scorse catalogato e trasportato in un luogo sicuro. Ma prima di chiudere gli scavi, grazie all'interessamento dell'architetto Valdinoci e alla forte spinta dell'amministrazione comunale, la Soprintendenza del Veneto ha permesso, in via del tutto straordinaria, agli studenti della scuola secondaria di primo grado di Bardolino di poter visitare la necropoli.
Accompagnati dall'assessore alla cultura Marta Ferrari e dai rispettivi insegnanti le tre classi di studenti hanno potuto dunque ammirare, alla base del campanile di San Pietro, alcune tombe risalenti al IV e VI secolo, perfettamente conservate, e delle colombare, cioè delle nicchie dove venivano deposti monili o materiale a corredo funebre.
A dire il vero all'epoca della costruzione della chiesa di San Pietro queste tombe erano state già in parte individuate e in qualche misura profanate. Alcune però non furono mai scoperte e sono giunte ai giorni nostri perfettamente integre.
Tra gli oggetti rinvenuti anche un anello in ambra proveniente dal Mar Baltico con raffigurante un uomo e una donna che si guardano. In pratica un anello nuziale di qualche facoltoso uomo o donna dell'epoca.
È probabile che davanti a questa necropoli, otto le tombe rinvenute ma molte altre potrebbero essere conservate nel terreno che si estende all'interno del campeggio La Rocca, sorgesse anche una villa romana. D'altronde resti importanti d'insediamenti risalenti al periodo romano sono state rintracciate anche su Borgo Garibaldi, dietro l'ex chiesa della Disciplina dove sono in corso i lavori per la costruzione di una sessantina d'autorimesse interrate.
Nel tentativo di coinvolgere la popolazione e renderla edotta dell'importante ritrovamento avvenuto, a fianco della chiesa di San Pietro, l'amministrazione comunale ha programmato un incontro per questo pomeriggio con inizio alle 18,30 nell'ex chiesa della Disciplina.
Saranno presenti tra gli altri anche Federica Grazi della soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici, Fabio Saggioro dell'università di Verona e di Silvia Lusuardi Siena dell'università cattolica di Milano. Insieme per fare il punto su una scoperta di assoluto rilievo.

venerdì 16 aprile 2010

Legambiente boccia il piano della Regione per il Garda

Legambiente boccia il piano della Regione per il Garda
Mercoledì 14 Aprile 2010 PROVINCIA Pagina 30 - LA PROVINCIA DI COMO

TERRITORIO. L’associazione chiede la «revisione integrale» del documento varato a Venezia

Legambiente Veneto boccia il piano d’area del Baldo-Garda, adottato alla vigilia delle elezioni il 15 marzo dalla giunta regionale.
«Nel chiedere la revisione integrale del Piano», spiega Michele Bertucco, presidente regionale dell’associazione ambientalista, «vogliamo citare le conclusioni della relazione della Valutazione ambientale strategica (Vas), che evidenziano come il piano non rappresenti una soluzione compiuta per alcune problematiche tipiche dell’assetto territoriale del Veneto, quali la diffusione insediativa, residenziale e produttiva, l’assetto della mobilità, l’uso bilanciato delle risorse naturali… Facciamo nostre queste conclusioni», dice Bertucco, «e chiediamo che venga predisposto un nuovo piano d’area, attento alle problematiche del Lago di Garda e del Monte Baldo».
Per Legambiente quindi tutto da rifare, dopo che ci sono voluti 14 anni perché la giunta veneta adottasse il documento definitivo.
Ora serviranno almeno altri nove mesi perché venga portato al voto del nuovo Consiglio Regionale e in questo periodo, enti locali e associazioni del territorio, possono presentare osservazioni al piano. Osservazioni che Legambiente aveva già presentato in fase di progetto preliminare, inviandone circa una trentina il 29 dicembre 2008.
«Tutte respinte», sottolinea Bertucco. Quindi entra nel merito. «Ci saremmo aspettati che accogliendo quanto scritto da Eugenio Turri nell’introduzione del provvedimento, il piano d’area fosse uno strumento di tutela del territorio. E invece, è un piano che nasce senza alcuna analisi sulla situazione del comprensorio: mancano studi sullo sviluppo urbanistico e sul consumo del territorio, un monitoraggio del fenomeno delle seconde case e dei finti alberghi, una analisi puntuale sulle emergenze ambientali e su una mobilità sostenibile e un ruolo di coordinamento della Regione con Provincia di Verona e Comuni. E allora perché usare le parole di Eugenio Turri e poi non fare nulla di quanto da lui indicato?», chiede Bertucco. Ricordando come «Turri poco prima di morire, nel 2005, aveva indicato come contributo al piano, due ingredienti fondamentali nella ricetta per la salvaguardia del Baldo-Garda: blocco della cementificazione e creazione del Parco del Baldo. Indicazioni che a guardarne oggi i contenuti del piano, rimangono lettera morta», precisa.
Nella rete dei grandi temi, Bertucco ne indica un paio: la residenzialità e la portualità, entrambi «in contrasto con il Piano territoriale regionale di coordinamento (Ptrc). Per la residenzialità», sottolinea, «è ancora più evidente, poiché già nel 1992, dopo i boom edilizi dei decenni dal 1961 al 1981 e che avevano portato ad un incremento del 40% degli alloggi, veniva ribadito che non appariva prevedibile un ulteriore incremento della popolazione totale di residenti e turisti… Ci si chiede quindi come sia stato possibile predisporre un Piano d’area, che non fa nessuna analisi su quanto accaduto dal 1992 a oggi; non fornisce nessun dato sul consumo di territorio; non si sofferma sui dati relativi alle seconde case, sia sul Garda che nell’entroterra, ma soprattutto non svolge nessun ruolo di coordinamento sulle politiche urbanistiche dei singoli comuni, in netto contrasto sia con il Ptrc, che con le previsioni per la elaborazione dei piani d’area della Regione».
Anche in tema di portualità, Legambiente, precisa: «È in contrasto con il Ptrc vigente, il quale prevede di fissare in circa 4 mila unità il limite di tolleranza dei posti barca, oltre il quale insorgono fenomeni di congestione, inquinamento. Tale limite è già raggiunto».
«La flotta del lago risulta composta da circa 2.600 imbarcazioni di lunghezza inferiore ai 6 metri e con motore inferiore ai 20 cv, pari al 65 per cento del totale delle barche; 1400 di lunghezza superiore e potenza superiore ai 20cv (il 35%); a queste si debbono aggiungere quelle carrellate che nella stagione turistica, sono stimate in circa 10 mila». dunque «si tratta di quantità imponenti, ben oltre la quota limite fissata di 4 mila dal Ptrc», conclude Bertucco.

venerdì 9 aprile 2010

Noi, sordi vittime dei nostri educatori. Gli ex allievi del Provolo non vedranno mai giustizia

il Fatto 8.4.10
Noi, sordi vittime dei nostri educatori. Gli ex allievi del Provolo non vedranno mai giustizia
di Vania Lucia Gaito

Mi chiamo Gianni Bisoli, sono nato a Sirmione il 15 settembre 1948. Sono diventato sordo a otto anni circa. Ho cominciato a frequentare l’Istituto Antonio Provolo di Verona all’età di nove anni. Tre mesi dopo la mia entrata in istituto e fino al quindicesimo sono stato fatto oggetto di attenzioni sessuali. Sono stato sodomizzato e costretto a rapporti orali e masturbazioni dai seguenti frati e fratelli laici: don Giuseppe, don Arrigo, don Aleardo, don Giovanni, don Alcide, don Luigi, don Rino e don Danilo, don Nicola, don Giovanni, don Basco, don Agostino, don Giuseppe, fratello Erminio. Devo ancora dichiarare che, dall’età di 11 anni fino ai 13 anni, sono stato più volte accompagnato nell’appartamento del vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Carraro, dove il vescovo stesso mi ha sodomizzato e preteso altri giochi sessuali”.
E’ solo una delle tante testimonianze degli ex studenti dell’Istituto Provolo di Verona, uno fra gli scandali che sta investendo la Chiesa cattolica italiana. Violenze protrattesi dagli anni ’50 fino al 1984, avvenute sia all’interno dell’istituto sia nella colonia estiva Villa Cervi, a San Zeno di Montagna.
Oggi l’Istituto Provolo ha tre sedi tra Verona, Villafranca e San Michele Extra e offre corsi di formazione professionale anche a giovani in obbligo formativo tra i 14 e i 18 anni. Vanta, tra i propri clienti e partners, comuni, province e regioni e riceve anche finanziamenti pubblici, oltre alle donazioni attraverso il meccanismo del 5 per mille. E annovera tra i suoi religiosi sette dei 25 sacerdoti accusati da 67 ex studenti.
Le prime denunce da parte dell’associazione degli ex allievi dell’Istituto Provolo risalgono al 2006, quando si rivolsero al vescovo di Verona perché i sacerdoti ancora all’istituto venissero trasferiti.
La molla della denuncia era scattata alla notizia dell’apertura di una casa-famiglia per bambini sordi con difficoltà familiari, gestita dagli stessi religiosi della Congregazione della Compagnia di Maria del Provolo.
Non ottenendo nulla, nel gennaio 2009 gli ex studenti decisero di rendere pubblico il caso. Tuttavia il ricorso alla magistratura era inutile, perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione.
“Il 23 gennaio dello scorso anno, nel corso di una conferenza stampa alla Camera dei deputati, abbiamo chiesto che il vescovo Zenti intervenisse affinché i sacerdoti accusati e ancora in vita rinuncino alla prescrizione, così la magistratura potrà fare le indagini necessarie” afferma Marco Lodi Rizzini, portavoce dell’associazione degli ex studenti. Un appello caduto nel vuoto, perché monsignor Zenti ha preferito strade diverse, una linea dura di contrattacco: in una conferenza stampa affermò di essere convinto che si trattasse “di una montatura, di menzogne”, e accusò Dalla Bernardina, presidente dell’associazione, di aver strumentalizzato i sordi: “Venne da me non a denunciare fatti di pedofilia, sia ben chiaro, ma ad accampare pretese sui beni immobili dell’Istituto”. Parole che sono valse al vescovo una querela che, nel luglio scorso, ha rischiato di essere archiviata. L’associazione ha proposto ricorso contro l’archiviazione e il prossimo 9 giugno il gip dovrà prendere una decisione. “L’affitto che ci viene richiesto per l’immobile su cui si dice che accampiamo pretese è di 200 euro” spiega Lodi Rizzini. “Se considera che siamo 420 soci, oltre il 90% dei sordi di Verona e provincia, bastano meno di venti centesimi ciascuno a pagare l’affitto. Quelle del vescovo Zenti sono accuse assurde. Continuano a parlare di pretese patrimoniali, ma noi non abbiamo mai chiesto soldi. Vorrei che specificassero di quali pretese patrimoniali si tratta”.
Una parziale marcia indietro, una parziale ammissione c’è stata dopo un’indagine della Curia che ha acclarato alcune responsabilità. Poi, a metà di febbraio di quest’anno è stato reso noto che i casi di abusi saranno analizzati dalla Congregazione per la dottrina della fede, ma nessuno dei 67 ex studenti che hanno denunciato è stata sentito o contattato dai prelati del Vaticano.
Sulle vicende del Provolo, un cupo silenzio anche da parte dei politici italiani, fatta eccezione per i Radicali che, nel luglio scorso, presero anche parte ad una manifestazione organizzata a Verona dall’associazione. Un lungo corteo muto lungo corso Cavour, corso Portoni Borsari e piazza Bra, per chiedere che venisse fatta chiarezza. E giustizia.
“Negli Stati Uniti è stato aperto un anno ‘finestra’ per denunciare anche abusi subiti molti anni prima. In Irlanda è stato il governo a commissionare le inchieste che hanno svelato migliaia di abusi. In Germania il cancelliere Angela Merkel è intervenuta in maniera netta e decisa” prosegue Lodi Rizzini. “Occorrerebbe maggiore determinazione nel fare chiarezza anche in Italia.”

giovedì 25 marzo 2010

Carriolata anche a Verona: sacchi di terra contro il «traforo delle Torricelle»

Carriolata anche a Verona: sacchi di terra contro il «traforo delle Torricelle»
Paola Bonatelli
il manifesto 21 marzo 2010, p. 15

MOVIMENTI
Carriolata anche a Verona: sacchi di terra contro il «traforo delle Torricelle»
L'Aquila ha fatto scuola: con carriole, calessi, animali e piante, oggi in piazza contro il progetto di autostrada cittadina a pedaggio
Pa. Bo.

VERONA
Le carriole de L'Aquila hanno fatto scuola e oggi pomeriggio 441 carriole trasporteranno altrettanti sacchetti di terra al centro di Verona, sotto il municipio. Nei sacchi la terra dei campi dei 441 soggetti, tra agricoltori, cittadini proprietari di case e aziende, che saranno espropriati dei loro beni per consentire la realizzazione del faraonico "traforo delle Torricelle", in pratica un'autostrada cittadina a pedaggio, che dovrebbe - nelle intenzioni dell'amministrazione comunale retta dal sindaco leghista Flavio Tosi - smaltire il traffico urbano di attraversamento in direzione nordest-nordovest e viceversa. Oltre alle carriole, vere e di cartone, in piazza ci saranno alcuni calessi trainati da pony, stie con galline e oche (finte), piante vive e piante morte, simbolicamente il "prima" e il "dopo" traforo, che verrà documentato anche con un video (l'appuntamento è alle 11.30 alla chiesa di San Rocco per un risotto alla contadina, alle 14.30 a porta Palio parte la marcia delle carriole).
Paola Fontana, titolare di un'azienda florovivaista in quel di Parona, frazione situata lungo il fiume Adige che sarà interessata dal mega-progetto in cantiere, è una dei 441. Quando la raggiungiamo al telefono, sta preparando i sacchetti di terra da portare alla manifestazione: «Stiamo mettendo sui sacchi di terra un adesivo con il numero di foglio del mappale relativo all'appezzamento che verrà espropriato. Nel coordinamento degli espropriandi ci sono aziende come la mia, molti viticoltori con vigneti doc e, aldilà del fiume, coltivatori di kiwi. Ma anche proprietari di abitazioni che saranno demolite».
I 13 km del passante si snoderanno attraverso una delle zone più pregevoli della città, sia dal punto di vista naturale che da quello artigianale e agricolo, bucando le splendide colline che circondano Verona a nord e «rubando alla natura e alle persone - informa il Coordinamento - 360mila metri quadrati di terra, a cui vanno aggiunti quelli per le opere di compensazione, più di 40 campi da calcio. Non solo: l'amministrazione sostiene che sopra il tunnel continueranno a crescere le rose ma nasconde ai cittadini che solo il 34% del percorso sarà in galleria o in trincea coperta, mentre più di 9 km saranno a cielo aperto, a fianco di case, scuole, asili».
E non è tutto: l'"affaire" traforo, uno dei tre grandi business di spartizione del territorio veronese, sostenuto soprattutto dalla Lega - gli altri due, "Motorcity", l'autodromo a sud della città, e la sistemazione dell'enorme area delle ex Cartiere, sono appoggiati rispettivamente da An e Pdl - continua a mietere vittime. Alberto Sperotto, il presidente del Comitato dei cittadini contro il traforo che da mesi chiede un referendum consultivo sulla grande opera ed oggi sarà in piazza, è alla seconda denuncia da parte del sindaco Tosi. Nonostante la costituzione dell'Associazione cittadini per il referendum, tra i cui promotori brillano illustri nomi di magistrati, docenti universitari, medici, prelati, il Comune si ostina a tenere le posizioni. Niente referendum, perché qualsiasi attività inciderebbe sulla fase pre e post elettorale. Un'interpretazione bacchettata anche dal tribunale civile scaligero, che ha parlato di «lesione dei diritti dei cittadini», emettendo un'ordinanza contraria alla posizione dell'amministrazione comunale.
Uno scenario fosco, in cui qualcosa di positivo comunque c'è e sta nel "risveglio" di una coscienza ambientalista e civica in senso lato. Non solo per l'emergenza dell'autostrada che passa nel proprio giardino, ma per l'acquisita consapevolezza - come dice Paola Fontana - che «la qualità della vita delle generazioni future non ha prezzo».

Là dove c’era l’erba c’è una città

Là dove c’era l’erba c’è una città
Mercoledì 24 Marzo 2010- L'ARENA

FOTOGRAFIA. Il volume curato da Michela Morgante documenta la storia del quartiere

Oggi alle 17 all’auditorium Giulio Bisoffi della Cattolica assicurazioni in via Calatafimi 10A (Borgo Trento) verrà presentato il volume Borgo Trento, un quartiere del Novecento tra memoria e futuro, a cura di Michela Morgante. La pubblicazione segue la mostra fotografica e documentaria sulla storia del quartiere tenutasi all'Arsenale nel novembre 2008. La ricerca all’origine dell’iniziativa, promossa dall'associazione Anziano e Quartiere, si propose ricostruire identità di un borgo che pare condannato all'anonimato.
Il volume, oltre 200 pagine illustrate, restituisce la grande mole di materiale fotografico e documentario prevalentemente inedito rinvenuto dai partecipanti nel corso del laboratorio, esplorando archivi pubblici e collezioni private e le vecchie annate dell'Arena. Il volume sarà distribuito in omaggio ai partecipanti al termine della presentazione.
Come già la mostra, anche la pubblicazione è una passeggiata fotografica nei luoghi-chiave del quartiere — via Nino Bixio, lungadige Matteotti, piazzale Cadorna, l'Arsenale, via IV Novembre, piazza Vittorio Veneto— ripercorsi in sequenza cronologica, secondo l'urbanizzazione del Borgo, tra i primi del secolo e la metà degli anni Settanta. Nei due saggi introduttivi. Michela Morgante e Maddalena Basso inquadrano le vicende urbanistiche del quartiere veronese sullo sfondo degli sviluppi più generali dell'architettura italiana del Novecento, con particolare riferimento all'edilizia abitativa per la media e piccola borghesia.
Molte le suggestioni offerte dall'ampio materiale compreso nella sezione iconografica del volume, con curiosità di carattere storico-documentario come le fotografie originali del complesso di villini per i Postelegrafonici, oggi per larga parte andato perduto, oppure il primo progetto per l'edificio «a ponte» all'imbocco di viale della Repubblica (firmato da Angelo Invernizzi ed Ettore Fagiuoli, la stessa coppia che in quegli anni disegna la casa del Girasole di Marcellise), e ancora le immagini del frequentatissimo chiosco della gelateria Pampanin nei giardini fuori da ponte Garibaldi, i disegni dell'architetto istriano Bruno Milotti per la chiesa di San Pietro Apostolo in piazza Vittorio Veneto («la Grosta de Formaio») recentemente ristrutturata e un'ampia documentazione sulla costruzione del famoso condominio «dei Spàrasi» a metà di via IV Novembre (1952), quello con i loggiati a colonne al posto della facciata, progettato da Gianfranco Bari. Dopo il tramonto dell’iniziale progetto di costruire una «città giardino», con il boom del secondo dopoguerra, si assiste a una omologazione dal basso. «Catapecchie di lusso»: così il soprintendente Piero Gazzola sentenziò delle nuove cortine di palazzi, che hanno tolto alla Verona storica la vista del Baldo. Se in precedenza il disordine urbanistico aveva comportato una varietà di soluzioni stilistiche non priva di qualche esito felice, a quel punto si impone la monotonia di grandi edifici, salvo eccezione privi di pregi estetici.
Il libro colma un vuoto storiografico. Un libro da leggere, da guardare e da meditare. Soprattutto da chi in Borgo Trento vive, perché, dopo averne ripercorso le vicende, si accorgerà di guardare in modo diverso ciò che ha visto un'infinità di volte.

giovedì 18 marzo 2010

Ancora polemiche, lunedì in Consiglio comunale, sulla cementificazione del territorio.

Ancora polemiche, lunedì in Consiglio comunale, sulla cementificazione del territorio.
18 MARZO 2010, IL GAZZETTINO ONLINE

Ancora polemiche, lunedì in Consiglio comunale, sulla cementificazione del territorio. Sott’accusa la variante al Prg proposta per l’area del vecchio centro civico di Olmo (4.626 metri quadrati) di cui è prevista l’alienazione a destinazione ricettiva: dovrebbe sorgervi un albergo di 24mila metri cubi. Come spiegava l’assessore Molena si concede di fare parcheggi interrati e la deroga sulla distanza da cui il futuro edificio dovrà stare dalla strada, la Sp 38: da 20 a 5 metri. Il tutto per rendere l’area più appetibile per il privato, «dando anche una maggiore flessibilità per realizzare uno stabile bello» ha chiarito Matteo Campagnaro (Pd): idem Gioppato (Pd). «Potremo mettere all’asta l’area ponendo il privato nelle condizioni di fare una proposta, perché con le attuali distanze e la vicinanza di altre costruzioni sarebbe difficile costruirvi un albergo. Ogni progetto dovrà comunque sempre passare in consiglio» ha chiuso Molena.
Ma la minoranza ha criticato il provvedimento e la cubatura dell’albergo, ritenuta eccessiva. «La Sp 38 è trafficata, quella zona di Olmo è stata già oggetto di pesante edificazione: altri 24 mila metri cubi sono già tanti ma questa soluzione sarà ancor peggiore come impatto. Così si continua a rovinare il territorio» lamentava Bernardi (Pdl) chiedendo almeno di stare a 10 metri. Michieletto (Gente comune) ha anche messo in dubbio la variante dal punto di vista normativo. «Dare modo di fare tale edificio a 5 metri da una Provinciale e cassando l’obbligo dei parcheggi alberati significa che siamo alla desertificazione dell’urbanità. Mi vergogno di essere in un consiglio che vota tali atti» ha sbottato Rigo (Pdl).
Critiche pure dalla Lega, ma anche dalla consigliera del Pd Francesca Trevisan, che ha accusato l’amministrazione di voler «liquidare con leggerezza modifiche alle attuali previsioni e norme del Prg, di non vi è alcuna necessità». Alla fine la variante è passata coi voti di tutta la maggioranza eccetto Trevisan, contraria come il centrodestra.

mercoledì 17 marzo 2010

Veneto, la Madonna è un business un giro turistico tra le apparizioni

La Repubblica 17.3.10
Veneto, la Madonna è un business un giro turistico tra le apparizioni
La Lega: itinerario tra santuari e cappelle votive. Cacciari: disgustoso
di Roberto Bianchin

Tour in nove tappe tra le province di Treviso e Venezia organizzato dagli enti locali
Il ministro Zaia: se vinco le elezioni inserirò le radici cristiane nello statuto regionale

VENEZIA - Se ne stava sulla spiaggia a guardare il mare, Natalino. Non aveva ancora compiuto quattordici anni, e faceva il pescatore sull´isoletta di Pellestrina, una lingua di terra tra mare e laguna. Quando gli apparve una donna bellissima, mai vista prima, che lo chiamò, «vien qua fio», e gli parlò in dialetto. Gli disse di andare dal parroco e di fargli celebrare delle messe per le anime del purgatorio, «se volemo aver vitoria». Si racconta che Natalino Scarpa De Muti obbedì alla Madonna, e la flotta della Serenissima sconfisse vicino a Corfù i Turchi che erano ormai giunti alle porte dell´Adriatico. Era il 1716.
È una delle "apparizioni mariane" approvate e celebrate dalla Chiesa. Una delle molte. Nel corso dei secoli la Madonna sarebbe apparsa almeno una decina di volte nel cattolicissimo Veneto. E non dev´essere un caso se a due amministratori della Lega, il partito che più ha raccolto l´eredità popolare della Dc, è venuta la brillante idea di mescolare sacro e profano, fede e affari, varando un percorso turistico-religioso sui «luoghi del culto mariano», incentrato su un itinerario delle apparizioni in nove tappe. «La fede e il pellegrinaggio sono stati per molti secoli le principali forme di visitazione pacifica del mondo - spiegano i promotori dell´iniziativa, il vicepresidente della giunta regionale Franco Manzato e il presidente della Provincia di Treviso Leonardo Muraro - non c´è dunque contrasto tra religione e turismo. Recuperare e valorizzare i cammini religiosi costituisce anzi un´operazione culturale e di civiltà, identitaria per il Veneto in un mondo che sembra voler diventare asettico rispetto alla propria storia». Infatti il ministro Luca Zaia promette che, se sarà eletto governatore, inserirà nello statuto della Regione le "origini cristiane" del Veneto. Ma la nuova "crociata" della Lega non è gradita a molti. Massimo Cacciari, uomo che dialoga da sempre col mondo cattolico, l´accoglie con una smorfia di fastidio. «La Lega che si appropria della fede è una strumentalizzazione così bassa e meschina che non avrà alcuna influenza su niente e nessuno, e sicuramente sortirà l´effetto opposto a quello sperato». Per il sindaco di Venezia, la Lega «è estranea a ogni sentimento cristiano». E la loro idea di organizzare addirittura i pellegrinaggi «non merita alcun commento, tanto è disgustosa».
La leggenda della fede riscritta in salsa leghista racconta che la Madonna apparve sette volte in provincia di Treviso, due in quella di Venezia. A Robegano guarì, nel 1534, una fanciulla storpia, di nome Costantina, mentre a Motta di Livenza, quando nel 1510 apparve a Giovanni Cigana, un contadino di 79 anni, beneficò di «misericordia e perdono» tutta la popolazione. «L´uomo si arrestò colpito da una visione celeste - raccontano le antiche cronache - una giovane vestita di bianco se ne stava seduta sul campo di grano ancora verde». Al santuario di Motta sono iniziate in questi giorni, con la benedizione del Papa, le celebrazioni dell´anno giubilare nel quinto centenario dell´apparizione. A Conscio, vicino a Casale sul Sile, la Madonna guarì ancora. Era il 1451 quando apparve a Graziosa Tabarel, che faceva la guardia ai porci, era storpia e soffriva di disturbi mentali. La Madonna la guarì di tutti i suoi mali e le fece il dono della profezia. Graziosa predisse altre battaglie della Serenissima. Ma stavolta, solo sconfitte. Un´altra guarigione miracolosa fu quella di una fanciulla sordomuta a Bonisiolo, vicino a Mogliano Veneto, quando la Madonna le apparve nel 1470. A Maserada si palesò invece nel 1722 a una fanciulla, Zanetta Bariviera, annunciando che avrebbe protetto la popolazione dalle malattie e dall´inondazione del Piave, mentre a Crespano nel XIII secolo si manifestò a una pastorella sordomuta guarendola, e a Villanova d´Istrana apparve sopra un pioppo a una ragazza storpia «liberandola dalla sua infermità». A Castello di Godego si fece vedere addirittura due volte: a Pietro Tagliamento nel 1420 e poco dopo «a tutto il popolo convenuto». Ora i leghisti si aspettano che migliaia di fedeli affollino festanti i magici luoghi delle apparizioni. E che scoprano, insieme ai misteri della fede, anche la bontà dei prodotti del territorio.

mercoledì 24 febbraio 2010

Resti romani tra gli scavi ma i parcheggi non si fermano

Resti romani tra gli scavi ma i parcheggi non si fermano
Martedì 23 Febbraio 2010 L'ARENA

BARDOLINO. In Consiglio l’indicazione della Soprintendenza di proteggere l’area e ricoprire

Dietro l’ex chiesa della Disciplina possono proseguire i lavori Verranno ricavati 80 box auto sotterranei da mettere in vendita

La conferma arriva dalla Soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto. Nell'area alle spalle dell'ex chiesa della Disciplina, dove sono in corso lavori per la costruzione di una ottantina di box auto sotterranei, «è stato individuato un complesso di strutture abitative romane d'interesse archeologico». Il ritrovamento fa seguito a quello segnalato lo scorso agosto dalla stessa ditta proprietaria, in parte, dell'area: la Rio San Severo srl dei fratelli Gianfrancesco e Carlo Mantovani.
In quella occasione furono ritrovati una moneta e alcuni frammenti sempre risalenti al periodo romano. Il tutto fu catalogato e portato via, sul posto non rimase nulla d'interesse anche perché si trattava solo di un'appendice di una possibile villa che si estende in un altro appezzamento, a fianco delle scuole medie. Con la ripresa dei lavori, in autunno, si è arrivati alla scoperta di altri reperti, com'è emerso in consiglio comunale grazie all'interrogazione avanzata dal rappresentante della Lega Nord Pierangelo Zorzi.
A dir il vero nell'occasione il sindaco Ivan De Beni non è stato prodigo d'informazioni limitandosi a leggere, in risposta all'interrogazione, la relazione predisposta dagli uffici comunali competenti in materia. Nello specifico, il consigliere di minoranza della Lega Nord chiedeva se durante i lavori erano stati ritrovati manufatti archeologici per poi addentrarsi in aspetti più tecnici, a partire dalla corretta dizione riportata nell'oggetto del permesso di costruire rilasciato alla ditta Rio San Severo srl. Ma non solo. Pierangelo Zorzi ha avanzato anche richieste di delucidazioni in merito alla costruzione dell'ottantina di autorimesse sotterranee, che risultano libere da qualsiasi vincolo residenziale. In due parole autorimesse in vendita a libero mercato a chiunque e non solo a chi vive in paese.
«L'area interessata dall'intervento ricade parte in centro storico zona A del Prg e parte in zona di completamento C1, pertanto la dizione riportata nell'oggetto del permesso di costruire appare corretta», ha risposto il sindaco Ivan De Beni, che in merito alla liceità della costruzione dei garage sotterranei si è appellato alle varianti parziali degli ultimi anni per i centri storici, che consentono «la realizzazione di autorimesse interrate nelle aree scoperte di pertinenza degli edifici».
Quanto ai ritrovamenti, la Soprintendenza ha autorizzato «la rimozione delle strutture di età romana rinvenute nella proprietà Mantovani Rio San Severo», a patto che «la demolizione della struttura avvenga con il controllo di operatori specializzati in scavo archeologico e che le paratie e le opere di sostegno del parcheggio siano precedute da adeguati interventi di protezione delle strutture archeologiche individuate».

venerdì 12 febbraio 2010

Contro il Concordato Antiveneto tra Italia e Santa Sede



Contro il Concordato Antiveneto tra Italia e Santa Sede
giovedì 11 febbraio 2010.
Nella ricorrenza della firma del Concordato (11 febbraio 1929) vogliamo protestare contro la ricettazione del territorio veneto, avvenuto con la cessione della Basilica di Sant'Antonio alla Santa Sede in compensazione dei furti sabaudi allo Stato Pontificio. Tale cessione costituisce uno sfegio all'integrità dei territori veneti causato da un'autorità italiana (Benito Mussolini) che non ne aveva titolo. Alla Santa Sede chiediamo una spiegazione del fatto e una sua riparazione. Ciò presuppone un accordo nuovo e diretto tra Società Veneta e Vaticano. La manifestazione dell'11 vuole creare le premesse di questo nuovo Concordato.
Luogo: Padova, piazzale della Basilica del santo

su Facebook le foto della manifestazione: link

martedì 2 febbraio 2010

La Pedemontana minaccia villa Fanna

La Pedemontana minaccia villa Fanna
Corriere del Veneto, 01/02/2010

il caso - Il tracciato della superstrada invade gli spazi della dimora

Previsto l’esproprio di alcuni terreni della tenuta settecentesca sotto tutela. Decide il comitato tecnico

VILLORBA — Una villa del ’700 in un angolo di pace a Villorba sta per essere stravolta dalla Pedemontana. Il tracciato della nuova superstrada, infatti, passerà a un pugno di metri dalla villa. Il progetto prevede che corra in trincea, vale a dire sotto la linea dell’orizzonte ma ben visibile dall’esterno. I vincoli paesaggistici e monumentali che gravano sulla villa e sui terreni circostanti (una sorta di fascia di rispetto), però, lo vietano e in questi giorni i proprietari rilanciano l’idea di «chiudere» il nastro d’asfalto in galleria per limitare i danni. Al centro del rompicapo c’è villa Venturali-Fanna, costruita nei primi anni del Settecento dai trisavoli dell’attuale proprietario. A oggi si prevede l’esproprio di alcuni terreni. Però si tratta di terreni gravati da due vincoli, uno paesaggistico e l’altro monumentale «per salvaguardare», scrisse a suo tempo la direzione regionale del Ministero dei Beni Culturali «l’ambito monumentale della villa».

La storia di lettere e perizie, fino alle recenti liste di espropri già pubblicate nella Gazzetta Ufficiale inizia nel 2002. Da allora Francesco Fanna, proprietario della tenuta le ha tentate tutte. Ha scritto a Ministero ed enti competenti, ha tentato la via della conciliazione e della mediazione. «A voler essere precisi - spiega Fanna, direttore d’orchestra e direttore dell’Istituto Italiano Antonio Vivaldi della Fondazione Cini di Venezia - i vincoli parlano chiaro, non è consentita alcuna edificazione o realizzazione di infrastrutture che modifichino i terreni circostanti la villa. Ci rendiamo conto, però, che non è possibile spostare ulteriormente il tracciato. Una soluzione può essere un tratto in galleria come abbiamo proposto a tutti gli enti interessati sulla base di uno studio che abbiamo commissionato a una società di ingegneria. Per ora, nessuna risposta».

Una nuova infrastruttura porta inevitabilmente qualche mugugno, si dirà, ma, in questo caso, a rimetterci, almeno prestando fede alle valutazioni della direzione regionale prima, del ministero stesso e del Cipe poi (che nel 2006, dà indicazioni molto precise per salvaguardare la villa), sarebbe la comunità che vedrebbe deturpato il paesaggio, un concetto sbandierato negli ultimi anni dalla Regione come bene supremo da preservare, vero patrimonio del Veneto. Tant’è che il direttore regionale in carica, l’architetto Ugo Soragni, sta redigendo, insieme alla stessa Regione, il Piano del Paesaggio, frutto di un accordo fra Palazzo Balbi e il ministero di Sandro Bondi. Ed è proprio Soragni che potrebbe trasformarsi nel paladino del paesaggio all’interno del comitato tecnico scientifico della Pedemontana. «Il progetto della Pedemontana - spiega l'architetto Soragni - è stato approvato con delibera Cipe, la quale si è formata tenendo conto dei pareri rilasciati da tutti i soggetti interessati. E in quella delibera il Cipe fa riferimento chiaramente alla necessità che il progetto definitivo, attualmente in fase di istruttoria, sia predisposto nel rispetto delle prescrizioni di ogni dicastero». L’ultima parola spetta al comitato tecnico scientifico che si riunirà fra due settimane.
Martina Zambon
http://corrieredelveneto.corriere.it/treviso/notizie/cronaca/2010/29-gennaio-2010/pedemontana-minaccia-villa-fanna-1602371259225_print.html

il Veneto asfaltato

il Veneto asfaltato
Ylenia Sina
TERRA NEWS 1 FEBBRAIO 2010

Il comitato Difesa salute territorio della Valle dell’Agno è sceso in piazza per ribadire la propria opposizione a quella che viene definita dalla popolazione «una vera e propria violenza al territorio»: la costruzione dell’autostrada Pedemontana Veneta.
La manifestazione è partita da piazza del Duomo a Montecchio Maggiore (Vicenza), punto di partenza dell’intero tracciato che, da progetto, si estenderà per 95 chilometri, fino a raggiungere Spresiano (Treviso). All’asfalto dell’autostrada, che collegherà l’A4 con l’A27, devono essere sommati i 18 svincoli previsti e altri 53 chilometri di bretelle e strade complanari.

Risultato: l’aumento di oltre 45mila veicoli al giorno che riverseranno i loro fumi in una vallata stretta, e quindi più facilmente inquinabile, già fortemente urbanizzata e industrializzata.

Il tutto per un’infrastruttura a pagamento destinata, come riportato sul sito della Fondazione Nordest, «a servire l’area a maggiore concentrazione industriale del Nordest tra le provincie di Vicenza e Treviso», e, a livello internazionale, ad agevolare il traffico su gomma lungo la direttrice ovest/est.

Il tutto per la modica cifra di 2 miliardi e 391 milioni, stanziati dal consorzio spagnolo Sis in cambio degli utili derivanti dalla riscossione dei pedaggi per 39 anni. Ma, se i volumi di traffico risultassero inferiori alle attese, la Regione Veneto dovrà versare nelle casse del costruttore oltre 7 milioni di euro ogni sei mesi per trent’anni. Oltre al disastro ambientale, i cittadini veneti rischiano di doversi assumere i costi dell’opera. «è ora di dire basta alla distruzione del territorio spacciata per sviluppo!», si legge nel volantino della manifestazione.

«L’autostrada provocherà inquinamento, tumori, rumore, stravolgimento del tessuto naturale e civile, distruzione del paesaggio, problemi per le falde acquifere». Le prime conseguenze del progetto che si abbatterà sulla vita dei 32 paesi lungo il tracciato sono già arrivate: gli espropri. 2.843 i nominativi dei proprietari di case, terreni e attività che verranno espropriati prima del mese di marzo per far spazio alla Pedemontana.

L’archeologia potrebbe bloccare la base militare della discordia

L’archeologia potrebbe bloccare la base militare della discordia
Maria Luna Moltedo
TERRA NEWS 1 FEBBRAIO 2010

Un insediamento paleoveneto del Neolitico e tracce di un acquedotto romano. Questa sarebbe l’ipotesi sulle recenti scoperte archeologiche nell’area dell’ex aeroporto Dal Molin, zona vicentina dove dovrebbe sorgere, secondo gli accordi tra i governi di Washington e Roma, una nuova base militare statunitense. Dopo le polemiche, le proteste, le manifestazioni, questi ritrovamenti creano nuovi ostacoli sul cammino della realizzazione dell’opera fortemente osteggiata da una parte della popolazione rappresentata dal Comitato No Dal Molin. Come ricordato in questi giorni da studiosi ed esperti, è possibile che le nuove ricerche portino addirittura al rinvenimento di insediamenti abitativi, cosa di cui non si hanno precedenti se non nella zona del Lago di Fimon dove fu trovato un insediamento neolitico. Il rapporto su questa scoperta reso pubblico qualche giorno fa configura l’esistenza di un villaggio paleoveneto risalente a un’epoca antecedente di molti secoli a quella finora ritenuta originaria. In realtà, la civiltà “paleoveneta”, detta anche dei “Veneti Antichi”, non era circoscritta solo al Veneto attuale, tanto che tracce consistenti della sua presenza sono state riscontrate anche in Friuli Venezia Giulia e in Trentino Alto Adige. Complici della sua permanenza e del suo progresso anche i grandi fiumi Adige, Brenta, Piave e Tagliamento, attraverso cui fu più semplice stabilire relazioni tra le varie aree, questa cultura non fa altro che potenziare quelle che erano le caratteristiche della cultura del Bronzo Recente. Inoltre le relazioni con la cultura Transalpina a Nord, quella Villanoviana a Sud, quella di Golasecca a Ovest, con i mercanti greci che approdano nella costa adriatica e quelli etruschi provenienti dagli Appennini, influenzano e arricchiscono lo sviluppo di quest’area. Proprio per questo motivo, se, dopo un’accurata e ponderata analisi stratigrafica, si decidesse di tutelare l’area Dal Molin sarebbe una scelta conforme alla legislazione dei Beni culturali in Italia. Ancora oggi, da un punto di vista propriamente archeo-storico, secondo gli studiosi, vi è una certa difficoltà a distinguere la primissima fase della civiltà paleoveneta detta protoveneta e che alcuni identificano con quella “protovillanoviana” (1100- 900 a.C.), con la quale ha in comune le pratiche funerarie di incinerazione e l’iconografia decorativa dei manufatti in bronzo e terracotta. La scoperta archeologica avvenuta lo scorso febbraio, proprio sull’area dove gli Stati Uniti vogliono costruire una base militare, è stata del tutto casuale. Osservando le foto di un libro scritto da un maggiore del Genio Campale nel 2005 si poteva dedurre che all’interno dell’ex aeroporto Dal Molin ci fossero resti romani e non solo. In particolare, ha attratto l’attenzione la base di una colonna, residuo dell’antico acquedotto romano di cui si vedono ancora i resti in località Lobia. Da qui un sopralluogo degli esperti della soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto. E ora è arrivato il primo rapporto di quelle verifiche. Risultato: oltre ai resti dell’acquedotto, ci sono anche tracce di un canale, abitazioni, pavimenti del Settecento ma soprattutto le sorprendenti tracce di un insediamento del Neolitico che nessuno si aspettava. Ritrovamenti che, però, non si capisce ancora se saranno in grado di fermare i lavori della base militare statunitense. Già nel mese di giugno 2009 sono state avviate nell’area Dal Molin le indagini archeologiche preventive, con la direzione scientifica della soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto e la fattiva collaborazione dell’Ufficio preposto per il United States Department of the Army, su cui ricade l’onere economico dell’intervento.
Tutela o manomissione?
Spesso l’archeologia riveste, come in questo caso, un ruolo “politico”. Nel senso che la tutela dei beni culturali assume grande importanza soprattutto in un Paese, come l’Italia, che è particolarmente ricco da questo punto di vista. La tutela da un lato si propone di garantire al cittadino il godimento del bene conservando antiche memorie la cui manomissione o distruzione comporterebbe una privazione per la collettività. Dall’altro la salvaguardia di un pan trimonio storico, artistico e culturale è necessaria perché la compromissione provocherebbe un danno significativo anche, e non solo, per la ricchezza del Paese. Rimanendo in tema di salvaguardia, nell’area Dal Molin sono iniziate le indagini archeologiche proprio per capire l’entità dei reperti che via via sono venuti alla luce e conseguentemente fare delle scelte, dopo accurate riflessioni, su come gestire o meglio tutelare questo territorio. I lavori di ricerca sul campo, iniziati dopo una lettura preliminare delle sezioni ricavate dai carotaggi effettuati in precedenza, hanno esplorato fino a ora, tramite una serie di trincee a maglia molto fitta, un’ampia parte dell’area interessata dalle opere in progetto. Le indagini archeologiche preventive stanno portando all’acquisizione di nuovi dati che andranno a integrare il quadro delle conoscenze archeologiche di un’area limitrofa all’antico centro urbano, interessata anche, come noto, dal percorso dell’antico acquedotto di epoca romana, di cui era già stato parzialmente individuato, nel corso di un sondaggio nel 1995, un pilastro, dislocato però in antico dalla sua originaria collocazione. È attualmente in corso lo scavo in estensione nell’area del tracciato dell’antico acquedotto lungo il margine sud-occidentale del cantiere. Tale scavo era programmato fin dall’inizio, con l’obiettivo di acquisire dati probanti circa il puntuale percorso dell’importante struttura in prossimità del fiume Bacchiglione. La storia dei Veneti si può dividere in due momenti: uno antico, che va dalle origini fino al V secolo a.C., in cui è più evidente l’originalità culturale veneta, e uno più recente che va fino al I secolo d.C., che vede prima un influsso celtico, e poi una lenta assimilazione romana. I Veneti ebbero con Roma rapporti amichevoli e si giovarono dell’aiuto della città laziale per allontanare la minaccia costituita dall’invasione dei Galli. Infatti, in cambio di protezione, permisero ai Romani di stabilirsi pacificamente nel proprio territorio, e in definitiva di colonizzarlo costruendo per l’appunto acquedotti, strade, ponti e villaggi. Il Veneto non venne quindi conquistato con la forza dai Romani, ma fu inglobato pacificamente e, con il tempo, la cultura veneta si perse e venne sostituita (in parte assimilata) dalle usanze di Roma. Invece, per quanto riguarda le indagini della parte più antica, sempre nei pressi dell’ex aeroporto vicentino, sono evidenti le tracce di una frequentazione di epoca protostorica. Infatti il rinvenimento di alcuni frammenti ceramici, attualmente in corso di studio, per ora non ha restituito alcuna evidenza strutturale, mentre ancora da indagare resta un’ampia area in cui sono venuti alla luce materiali ceramici e litici riferibili a età neolitica (8.000 anni fa circa). Si tratta di un dato di grande interesse in quanto fino a ora non erano noti elementi di conoscenza riferibili a presenze di epoca così antica in questa zona, limitrofa al centro urbano di Vicenza. Al momento la soprintendenza ha confermato l’intenzione di allargare gli scavi di esplorazione a un’area più vasta, ossia quella collocata quasi al centro dell’attuale cantiere, con inevitabile blocco delle operazioni di edificazione in quella parte interessata. Il rischio, dunque, che tutto finisca sepolto per sempre sotto le fondamenta della base americana, al momento, è arginato. Auspicabile è che lo sia anche in prospettiva, nel rispetto delle leggi sulla tutela dei beni culturali che, sebbene spesso e volentieri non vengano osservate, vigono. Sarebbe opportuno in Italia tornare a un’alta consapevolezza della dimensione storica, etica e civile della tutela del patrimonio culturale e del paesaggio, che l’articolo 9 della Costituzione ha fissato con lungimiranza. Quell’articolo recita infatti così: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».

Gli antichi veneti
I Veneti, a volte indicati anche come Venetici, Antichi Veneti o Paleoveneti per distinguerli dagli odierni abitanti della regione italiana del Veneto, erano una popolazione indoeuropea che si stanziò nell’Italia Nord-orientale dopo la metà del II millennio a.C. e sviluppò una propria originale civiltà nel corso del millennio successivo. Caso unico tra i popoli dell’epoca nell’Italia Settentrionale, si può stabilire l’identità tra la popolazione e la cultura veneta, ovvero agli antichi Veneti è possibile attribuire una precisa cultura materiale e artistica sviluppatasi nel loro territorio di stanziamento, la Venezia. Questa facies culturale si sviluppò durante un lungo periodo, per tutto il I millennio a.C., anche se nel tempo subì diverse influenze. Di questa popolazione e identità la documentazione archeologica è particolarmente ricca. I Veneti si stanziarono inizialmente nell’area tra il Lago di Garda e i Colli Euganei; in seguito si espansero fino a raggiungere confini simili a quelli del Veneto attuale, anche se bisogna considerare che la linea di costa del Mar Adriatico era più arretrata rispetto a oggi. Secondo i ritrovamenti archeologici (che concordano anche con le fonti scritte), i confini occidentali del loro territorio correvano lungo il Lago di Garda, quelli meridionali seguivano una linea che parte dal fiume Tartaro, segue il Po e raggiunge Adria, lungo il ramo estinto del Po di Adria, mentre quelli orientali giungevano fino al Tagliamento. Oltre tale fiume erano insediate genti di ceppo illirico, anche se fino all’Isonzo la presenza veneta era tanto forte che si può parlare di popolazione veneto-illirica. I confini settentrionali erano invece meno definiti e omogenei; il territorio veneto risaliva soprattutto i fiumi Adige, Brenta e Piave verso le Alpi, che fungevano comunque da confine naturale. La presenza veneta sulle Alpi è attestata soprattutto nel Cadore.
(M. L. M.)

Cosa si intende per “tutela”
Il patrimonio culturale è il passato e il futuro allo stesso tempo. È fondamentale promuovere in concreto una cultura di rispetto della natura, dell’arte, della storia e delle tradizioni d’Italia e tutelare un patrimonio che è parte fondamentale delle nostre radici e della nostra identità. La tutela del patrimonio culturale è un compito dello Stato sancito dalla Costituzione. Secondo il Codice dei Beni culturali, essa consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette, sulla base di un’adeguata attività conoscitiva, a individuare i beni costituenti il patrimonio culturale e a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione. Al Titolo I del Codice, negli articoli 10 e 11, sono individuate le categorie generali dei beni culturali e, nei successivi articoli 12 e 13, i meccanismi di individuazione dei beni e le caratteristiche dei relativi procedimenti (verifica e dichiarazione). Lo Stato esercita le funzioni di tutela attraverso il ministero per i Beni e le attività culturali, articolato nella struttura centrale e negli uffici territoriali. Questi ultimi sono costituiti dalle Direzioni Regionali e dalle Soprintendenze di settore.
(M. L. M.)

Le ville venete in un catalogo: più di 3.800, ma pochi soldi.

Le ville venete in un catalogo: più di 3.800, ma pochi soldi.
IL GAZZETTINO – 2 febbraio 2010

Le ville venete sono un patrimonio che il mondo ci invidia, ma non esistono solamente le dimore monumentali che tutti conoscono, a cominciare da quelle palladiane. Nel solo Veneto le ville sono quasi 3 800, di cui solamente la metà sono sottoposte a vincolo di tutela da parte dello Stato. Le rimanenti sono in grave pericolo: 223 sono in pessimo stato di conservazione, 35 sono ridotte ormai a ruderi e tre sono state addirittura demolite negli ultimi dieci anni. Sono le cifre di una débacle culturale, quelle descritte dalla presidente dell'Istituto regionale ville venete, Nadia Qualarsa, che ieri ha presentato nella sede della Cassa di risparmio di Venezia, il catalogo integrale delle costruzioni, accessibile da subito su Internet all'indirizzo http//catalogo irvv net. Qui si troveranno la descrizione del manufatto, notizie storiche, dati analitici, stato di conservazione, informazioni sui restauri, utilizzi attuali, orari di apertura al pubblico, proprietà e vincoli. «L'operazione - spiega Qualarsa - ha richiesto un anno di lavoro e un investimento di 230 mila euro, ma alla fine il risultato è tangibile, nel senso che è a disposizione di tutti una mole immensa di documentazione che prima era accessibile solo agli studiosi che per reperirle si dovevano recare in molti luoghi differenti». Approfittando della presenza del vicepresidente del Consiglio regionale, Carlo Alberto Tesserin, Qualarsa ha ricordato come un finanziamento di soli 300 mila euro l'anno sia insufficiente alle esigenze dell'ente. La provincia con il maggior numero di ville venete è Treviso (785), seguita da Verona (676), Vicenza (670), Padova (633), Venezia (573), Rovigo (251) e Belluno (195). Solo 159 (il 4,2 per cento del totale) sono le ville aperte regolarmente al pubblico per visite in orari prestabiliti.

mercoledì 27 gennaio 2010

Scavi iniziati nel 2007 e subito tante sorprese

Scavi iniziati nel 2007 e subito tante sorprese
Martedì 26 Gennaio 2010 L'ARENA

Gli scavi archeologici alla ricerca del Tempio di Minerva e del castello di Federico II della Scala sono iniziati nel 2007 sul monte Castelon, sul quale sorge il Santuario di Santa Maria Valverde, o in Minerbe. Gli scavi sono stati avviati da operai del Comune sotto la guida di alcuni archeologi della Soprintendenza del Veneto e la direzione della dottoressa Brunella Bruno. Già nel 2006 il sindaco Venturini aveva sollecitato la Soprintendenza ad attivarsi per ricercare i resti del Tempio di Minerva, di cui l'archeologo Orti Manara, agli inizi dell’800, aveva rinvenuto resti significativi. Nel novembre di quell’anno la Soprintendenza aveva scritto a Venturini comunicando l'intenzione di avviare lo scavo. Dopo alcuni incontri con i proprietari dei terreni sotto i quali si presumeva vi fossero i resti del Tempio e del castello scaligero di Federico II, erano stati avviati i sondaggi. «Già il primo giorno di lavori, era il 5 marzo 2007, erano stati ritrovati elementi di assoluto interesse: la pavimentazione e un muro del Tempio e, sulla cima del colle, le fondamenta di una delle torri del castello, quella verso san Rocco», ricorda il sindaco di Marano, Simone Venturini.
«La scoperta è importantissima, soprattutto per quando riguarda il Tempio, poiché dopo gli scritti dell'Orti Manara risalenti all’800, più nessuno aveva trovato significativi elementi del Tempio». Nei giorni successivi gli scavi sono proseguiti, facendo registrare importantissimi ritrovamenti. Sono state rivenute altre porzioni di pavimento del Tempio, dislocate anche su più livelli, novità questa di assoluto interesse, perché non descritta neppure da Orti Manara, oltre a grandi quantità di altri reperti in cotto, e anche in metallo.G.G.

venerdì 15 gennaio 2010

«Traforo e parcheggi, i nodi vengono al pettine»

«Traforo e parcheggi, i nodi vengono al pettine»
Venerdì 15 Gennaio 2010 L'ARENA

Traforo e parcheggi in zona

Navigatori per l’ospedale di Borgo Trento: sono i due temi messi nel mirino dall’ex assessore del centrosinistra Roberto Uboli, oggi consigliere comunale: «Nella vicenda del parcheggio a Forte Procolo si è chiarito che tipo di rapporto il sindaco Flavio Tosi intrattiene nei confronti dei cittadini. Venuti a Palazzo Barbieri per fargli notare che trasformare l'ex caserma in un grande parcheggio (per di più a pagamento) significa decretare la fine della quiete nella zona, i cittadini di Quartiere Navigatori si sono sentiti rispondere dal sindaco che se non gli piace l'amministrazione estenderà anche a loro il piano della sosta. Vengono così al pettine anche in questa zona i nodi irrisolti della mancanza di programmazione e delle decisioni, come si dice in veronese, prese "un tanto al chilo"».
«Non solo è stata infelice l’idea di lasciare lì l’ospedale, non solo non ci saranno parcheggi a sufficienza, ma le strutture non saranno nemmeno servite da un servizio pubblico efficiente per la ridotta capacità del filobus, quando entrerà in funzione».
E sul Traforo, Uboldi critica l’uso del project financing: «Sembrava la soluzione di tutti i problemi, ora il Comune vuole tutelarsi dal rischio archeologico e dalla possibile variazione dei flussi di traffico. Poi magari si scoprirà che potranno variare i tassi di interesse per il concessionario e che la realizzazione del tunnel comporterà anche un rischio idrogeologico. Lo strumento del progetto di finanza ci mostra il suo lato più oscuro».

domenica 10 gennaio 2010

Canal Grande con il Ponte di Rialto

Canal Grande con il Ponte di Rialto

L'Ultimo Buncitoro construito nel 1728


L'Ultimo Buncitoro construito nel 1728, modello